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La politica dia spazio ai giovani

Nel dibattito politico, a livello territoriale, noto sempre la scarsa partecipazione di una fascia di età, quella che va dai 18enni che si accingono ad esprimere per la prima volta la propria preferenza nelle schede elettorali, sino ad aventi diritto al voto più maturi che navigano per i 35-40 anni.

Spesso mi chiedo il perché del perdurare di questa tacita conventio ad excludendum, peraltro accettata dalla fascia giovanile con una distaccata rassegnazione. La risposta non può essere univoca, ma sono certo che gran parte della colpa risiede nell'atteggiamento e nel modo di fare politica (e non solo) delle generazioni più avanzate. E' una tendenza generale della società italiana quella della scarsa fiducia nei giovani, ma nel mondo politico tocca picchi che fanno pensare ad un vero e proprio stato patologico dei rapporti.

Ricordo sempre con amarezza un incontro in vista delle ultime politiche tenutosi a Nuoro, dove con un età media degli astanti intorno ai 70 anni, più vicino alla riunione di un "anzianato" di medievale memoria o ad un conclave cardinalizio, uno degli oratori per ingannare non si sa bene chi circa il palese sbilanciamento anagrafico nelle presenze, indicò quattro 18enni seduti in fondo alla sala (che si apprese essere suoi nipoti). Peraltro, avvedutosi del fatto che l'età media, nonostante la presenza dei quattro tediati, si riduceva di poco, utilizzò una frase per niente inflazionata: "... e comunque noi ci sentiamo giovani dentro", per giustificare un'accusa che tra l'altro nessuno gli aveva rivolto. Palese caso di scuola di excusatio non petita, accusatio manifesta. Quindi tutti si sono resi e si rendono conto di questa incongruenza. In modo altrettanto banale mi sento di dire che ho riso per non piangere. E' mai possibile che non ci si guardi allo specchio per chiedersi se, forse, il problema non sia dato da un monopolio eccessivo delle aggregazioni collettive da parte di chi da 40 anni detta legge al loro interno? Trovo abbastanza presuntuoso questo sentirsi indispensabile di chi da una vita ricopre cariche a tutti i livelli, passando dal consiglio comunale a quello provinciale, dalla locale segreteria del partito alla presidenza della consulta delle associazioni, ripiegando nella pro loco per utilizzarla come trampolino di lancio in vista della "scalata" al comitato di quartiere. Enfatizzo, lo so, ma con un fondo di amara verità.

Tutti dobbiamo sentirci utili, ma nessuno è indispensabile. Può una comunità moderna, che ha un minimo di senso di programmazione e di lungimiranza privarsi consapevolmente di quelle che dovrebbero essere le sue energie migliori?

La risposta è scontata. Posto che nel contingente molte delle manovre governative, soprattutto economiche, sono dettate dal carattere dell'assoluta urgenza e che comunque vengono da decenni di responsabilità diffuse e ripartite a tutti i livelli della società italiana (quindi non solo politica), la ricetta per investire sul futuro può essere una soltanto: coinvolgere le nuove generazioni. E farlo al più presto, prima che vengano "bruciate" anch'esse, che sono lì, in attesa di poter dare il loro contributo. Come fare? Innanzittutto responsabilizzarli, i nostri giovani, senza per questo aspettarli al varco. Evitare che le rare volte in cui essi hanno la possibilità di esprimersi ci sia un parterre de rois pronto a sindacare tra sguardi di intesa e risatine sardoniche, con sentenziosi rimpianti dei tempi che furono.

Quella di mitizzare la propria giovinezza, quel famigerato"ai miei tempi...", a discapito del presente, è una tendenza che tutti abbiamo, ma non scalfisce la mia personale convinzione: la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze di oggi hanno in nuce competenza e voglia di fare da vendere, che emerge non appena gliene viene data l'occasione.

Perciò, attribuzione di responsabilità accompagnata da un leale sostegno e da una collaborazione convinta, anche laddove i neòfiti dovessero cadere, aiutandoli prontamente a rialzarsi. Gli anziani di oggi sono i giovani di ieri, e anch'essi per giungere ad una piena maturazione ed arricchire il proprio bagaglio di esperienze hanno percorso una strada lastricata da errori, cadute e ripartenze. Anche se spesso se ne dimenticano e, comprensibilmente, omettono gli aspetti negativi dei loro trascorsi. All'atto pratico, come attuare questo ricambio generazionale, ormai non più procrastinabile? Partendo dalla società civile, da ciò che ci sta più vicino.

All'interno dei partiti, delle associazioni, delle pro loco, degli enti locali, nel mondo del lavoro, delle professioni, la parola d'ordine deve essere una sola: includere. Lasciare che siano i giovani a parlare tra loro. Senza per questo escludere chi è più anziano. Tutti devono partecipare, tenendo però conto, in modo realistico, che il futuro non potrà essere di chi oggi ha 70 anni.

Parlo di "convinzione" nel passaggio di consegne perché oggi, talvolta, per operazioni puramente propagandistiche e di spudorato maquillage, si cerca di mandare in avanscoperta qualche malcapitato "purché" obbedisca ai soliti noti che tirano le fila, i quali soffocano le opinioni stesse dell' "uomo di paglia" che li rappresenta. Questo è il contributo reale, tangibile, che i nostri "vecchi" (nel senso più amorevole del termine) possono darci. Fare due passi indietro, senza farne poi tre avanti. Lasciare spazio a quanti hanno tante energie da spendere ed aiutarli, sostenerli, con la loro vitalità. Non pretendere che non sbaglino ma esigere che crescano. Decisivo sarà ancora una volta il ruolo dei partiti, che non sono il male assoluto. Essi fungono soltanto da contenitore. Spesso è una frangia del tutto marginale del loro contenuto che annacqua l'intero. Riformiamo i partiti e contemporaneamente puntiamo ad includervi forze fresche. L'apporto dei giovani, se pienamente coinvolti, farà da spartiacque.

Certo, il ricambio continuo non eliminerà completamente alcune devianze ma le limiterà al minimo, evitando la sedimentazione e le incrostazioni che "carriere" protratte da dieci e più lustri inevitabilmente possono comportare. Aspettare ancora potrebbe significare abdicare definitivamente al ruolo riconosciuto dalla Costituzione ai partiti come via democratica per convogliare le istanze politiche, economiche e sociali degli italiani.

Peraltro, parallelamente, i partiti stessi devono riconoscere che non hanno alcun "monopolio" nel determinare la politica nazionale, poiché vi concorrono con altri soggetti politici ed economici, compresa la società civile. Quindi, non è Grillo che dobbiamo temere, ma una deriva autoritaria che avrebbe ben altre e più gravi conseguenze.

* avvocato e assessore del Comune di Silanus

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