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Le tribù di internet, Grillo e la crisi del potere

La forma con cui abitualmente una società scambia le informazioni è decisiva nella costruzione delle identità collettive. Ciò vale anche per gli orientamenti politici, persino laddove si abusa del termine antipolitica per definire frettolosamente ciò che non si riesce a capire e che invece è semplicemente altra-politica.

Se il passaggio dall'oralità alla scrittura ha permesso all'uomo di sviluppare la capacità di astrazione e superare così la dimensione animale, la successiva diffusione dei media elettronici – radio e televisione – ha segnato, in un certo senso, un ritorno alle origini.
In altri termini, il senso della società tribale ha iniziato lentamente a riappropriarsi di noi attraverso la televisione, che ha restituito, nei decenni, priorità alla vista e all'ascolto (quella che chiamiamo immagine) a discapito della lettura e della riflessione.

Con internet le cose si sono ulteriormente complicate. La rete infatti, stimolando la crescita di nuove forme di comunicazione scritta, sta segnando il ritorno alla cultura delle parole e amplifica a livello mondiale la possibilità di inviare e ricevere messaggi.

Su internet tornano ad essere preponderanti i contenuti, ma si accentua anche la dimensione tribale, priva di mediazioni, filtri e censure (non a caso in riferimento alle notizie che corrono in rete si usa spesso l'espressione "tam-tam"). La diffusione quotidiana di internet comporta quindi due differenti processi: il ritorno alla parola scritta e la possibilità di condividerne i contenuti con migliaia di persone contemporaneamente.

Vengono definitivamente abbattuti i limiti dello spazio e del tempo, già scalfiti dalla televisione, cosi che la conoscenza è sempre meno legata al luogo in cui ci si trova. Chi comunica ai tempi di internet deve sempre tener presente il pubblico molteplice – e mutevole – a cui si rivolge. C'è un modello detto "teatrale" ed elaborato da Goffman secondo cui la nostra vita è una recita quotidiana in cui assumiamo dei ruoli e dei comportamenti sempre diversi a seconda del "palcoscenico", ovvero della situazione sociale in cui ci troviamo.

Secondo questo modello, quando cambiano i pubblici cambia anche il nostro comportamento.

In una situazione più o meno stabile, il ruolo da noi interpretato assume una sua stabilità. Ma una situazione mutevole, dettata su internet dalla mancanza di un palcoscenico "fisico" e dalla presenza contemporanea di molti pubblici diversi, determina la necessità di assumere ruoli altrettanto diversi.

È appunto ciò che sta alla base della crisi del potere, o meglio, delle strutture di potere che non riescono a gestire questo cambiamento.
Le complicazioni a livello di comunicazione, per i politici, erano arrivate già con la televisione. È Meyrowitz a far notare come tale crisi derivi dal fatto che i comportamenti che prima della televisione erano riservati al retroscena, dopo la televisione sono tutti a rischio di esposizione sul palcoscenico. Il potere politico e l'autorità infatti si basano anche sull'omissione di aspetti quotidiani che potrebbero banalizzare un'immagine pubblica o addirittura rovinarla, se giudicati contrari alle aspettative degli elettori e ai principi morali espressi pubblicamente.

La televisione, con l'esposizione totale della figura e delle parole dell'uomo politico, ha sovraesposto un'immagine che prima veniva adeguatamente cesellata tramite la stampa e gli interventi che, seppur pubblici, erano rivolti di volta in volta solo a un gruppo di persone presenti fisicamente. Parlando in televisione l'uomo politico espone sé stesso a una moltitudine di pubblici diversi, e per raggiungere il maggior numero di persone possibile, deve rendere il suo messaggio sempre più generico, stando attento nel toccare argomenti che potrebbero risultare condivisibili da alcuni e allo stesso tempo inaccettabili per altri.

La gerarchia fondata sulla esclusività dell'accesso all'informazione, dunque, con la televisione ha subito una prima destabilizzazione, seguita poi dal colpo di grazia inferto dalla rete. Se attraverso le immagini tv infatti già gli elettori avevano acquisito un maggior potere di controllo nei confronti dei politici, potendoli osservare meglio nelle loro debolezze ed eventuali contraddizioni, con internet possono non solo guardare e giudicare, ma persino esprimere la propria opinione con l'opportunità di essere ascoltati da migliaia di altri cittadini, e probabilmente anche dal politico in questione.

Quanto più è libera e capillare l'informazione tanto più è difficile separare il palcoscenico dal dietro le quinte, ovvero mantenere il controllo sulle impressioni socialmente significative che passano nella comunicazione. Gli ultimi eventi elettorali – la vittoria del movimentismo sui partiti tradizionali nelle amministrative 2012, il referendum sardo anti-casta – esaminati sotto questo punto di vista, si liberano di una certa fumosità che li vorrebbe figli di una situazione provvisoria e non di una autentica rivoluzione comunicativa.

Anche la politica ormai si sviluppa su questo doppio binario, dalla rete alla tribù, e la struttura stessa dei partiti tradizionali, che per sua natura non è sufficientemente snella da muoversi agevolmente attraverso certi meccanismi, ne è penalizzata. I partiti strutturati non sono abbastanza veloci nel recepire i messaggi, nel lanciarli a loro volta, nel creare un'opinione: inseguono affannosamente gli eventi senza più esserne padroni perché gli eventi son più veloci di loro. Se il modello Grillo è vincente si dovrebbe cercare di capire perché lo è e dove si può imparare, e non cercare goffamente di ridicolizzarlo senza approdare ad alcun risultato che non sia quello di continuare ad incrementare quello che resta il primo partito nazionale: quello degli astensionisti.

* Comitato scientifico Associazione Nino Carrus

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