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Giovani e merito: la sola benzina che può rimetterci in moto

Tra i vari problemi che affliggono l'Italia c'è quello della condizione in cui si trovano i giovani. Siamo ormai di fronte a due generazioni private di una prospettiva di vita. Il lavoro, o assente o precario, non consente di farsi una famiglia; avere dei figli è da incoscienti, per acquistare una casa non c'è altra via che avere dei genitori che siano riusciti a mettere qualcosa da parte.

Si tira a campare, consci che a una vita non certo entusiasmante seguirà una vecchiaia di stenti, visto che a settant'anni ci si troverà con una pensione di due-trecento euro al mese. Sì, è proprio così, secondo i calcoli fatti qualche tempo fa dal quotidiano la Repubblica per moltissimi precari saranno queste le cifre. I motivi di questa situazione sono molteplici e non si esauriscono nella crisi del sistema economico occidentale.

La nostra società è spaccata in due, chi ha più di quaranta anni vive con le garanzie degli anni ottanta, chi ne ha meno nella giungla ottocentesca del ventunesimo secolo. È necessario che questi due compartimenti stagno della nostra società comincino a comunicare e che parte del patrimonio di diritti delle vecchie generazioni defluisca verso le nuove. La nostra società ha bisogno di concorrenza, si devono abbattere le rendite di posizione, solo una società basata sul merito può oggi accrescere l'equità che per questa via si coniuga con l'efficienza. Rimettere in moto il Paese deve essere un dogma anche per chi pensa di avere le spalle coperte; le ingiustizie quando sono forti e prolungate portano a reazioni violente con cui tutti dovranno convivere. La scarsa attenzione al merito, soprattutto al Sud, è un'enorme zavorra.

Siamo uno dei paesi europei con la minore percentuale di laureati e, nonostante ciò, chi ha un titolo di studio deve scappare all'estero se vuole cercare con successo un lavoro. L'Italia è il paese delle rendite di posizione, non per niente abbiamo una classe dirigente anziana; salire nelle gerarchie è molto difficile ma, una volta raggiunto il vertice, si diviene inamovibili. Quando il tempo si incarica di rimuovere il potente lo scranno è già caldo per figli o figliocci. L'avversione al merito è paradossalmente diffusa anche nel settore privato; in Italia le imprese sono nella stragrande maggioranza piccole o medie e l'imprenditore, di solito, predilige non avere dipendenti con eccessiva autostima.

Una laurea, tranne che per i figli di e per poche eccellenze, rischia di diventare un handicap. Se però il datore di lavoro nel settore privato può valutare del tutto autonomamente le caratteristiche dei propri dipendenti non così dovrebbe essere nel settore pubblico per il quale l'art. 97 della Costituzione prevede si acceda per concorso ... e penso non intendesse pilotato.

Leggevo di recente, proprio nella preparazione ad un concorso, che tra i dipendenti degli Enti Locali solo il 6% ha la laurea, singolare per impieghi a cui si accede per concorso. Sarebbe auspicabile che i docenti universitari di diritto amministrativo facessero periodicamente uno stage affiancati ad un Responsabile del Servizio! Il settore pubblico è il regno della staticità, qui i diritti sono acquisiti, il ruolo è un dogma e qualunque elemento possa turbare lo status quo deve essere evitato. La politica, poi, raggiunge i più alti vertici, qui è esplicitamente richiesta la fedeltà a prescindere, non avere idee può rivelarsi uno dei maggiori pregi.

Come si può scardinare un tale sistema se chi dovrebbe occuparsene ha come suo maggior pregio il non avere un pensiero autonomo? Se la classe politica non è più in grado di risolvere problemi e governare, allora sarà spazzata via in blocco, e a quel punto saranno tempi duri anche per i Gattopardi.

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