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Tagli e ritagli
- 05 Ottobre 2012
- Giovanna Casagrande
Sembrerebbe iniziata la stagione delle riforme e questo sinceramente mi preoccupa parecchio soprattutto se penso alla Sardegna. La Camera ha approvato la riduzione dei nostri Consiglieri regionali: da 80 passano a 60. Ci sarà un ulteriore passaggio in Senato a gennaio, a tre mesi dalla prima lettura alle Camere, perché questo è l'iter di modifica di una Legge Costituzionale quale lo Statuto autonomistico sardo, che non è mai stato applicato integralmente ma ciò pare un dettaglio da poco.
Questa riduzione è l'esito della vittoria dei referendum svoltisi pochi mesi fa, di cui ho parlato in un altro articolo, e anticipa quelle che saranno le riforme volute dal governo Monti riguardo la riduzione delle province (enti elettivi), i loro rappresentanti e l'ipotesi di accorpamento di comuni e regioni.
Tutto ciò mi pare francamente non in linea con la vocazione autonomista e indipendentista della Sardegna, soprattutto tenendo conto del fatto che tutte le forze politiche isolane hanno fatto della sovranità e dei temi ad essa legati dei cavalli da battaglia propagandistici, pur non essendo riusciti a riportare nell'isola i soldi dovuti, ma anzi a farsi scippare - nel caso della classe politica attuale - anche fondi Fas.
Il taglio dei consiglieri parrebbe la madre di tutte le riforme. Molti sono convinti che il loro numero sicuramente non esiguo sia la fonte di tutti gli sprechi, così come pare che le province fossero il pozzo nero dove finivano i soldi. Tuttavia, i fatti di cronaca recente ci raccontano come le regioni siano degli Stati a se stante e accentratrici di risorse, poi abilmente deviate da chi invece di occuparsi di politica si occupa del proprio futuro.
Abitando in Sardegna, sappiamo tutti che la nostra isola più che una regione è un continente, vuoi per le specificità territoriali e culturali, vuoi per una morfologia che rende essi distanti fra loro. Se a questo aggiungiamo la tendenza Cagliari-centrica ci rendiamo conto che i tagli di rappresentanza colpiranno le zone a bassa densità di popolazione, tra l'altro quelle più marginali negli interessi del governo centrale isolano.
Ecco perché come reputavo inopportuni i referendum così considero avventati questi tagli. Vorrei ricordare (e neanche tanto timidamente) che ci troviamo difronte al peggior governo regionale della nostra storia autonomista. Siamo difronte a partiti che, lungi da essere riformati, sono in via di destrutturazione inesorabile. Essi sembrano essere sostituiti da lobby di potere politico-economico, che sicuramente avranno altre ambizioni da quella di di occuparsi di un sistema snello e NON dispendioso. E poi c'è il rovescio della medaglia di questi tagli: proprio la rappresentanza nelle istituzioni sarà sempre più limitata e appannaggio di chi ha forza nei territori e forti clientele. In assenza di partiti solidi e strutturati, il rischio che gli eletti rispondano solo agli elettori nelle forme ben note è altissimo.
Non credo ci sia da stare tranquilli e l'esultanza dei nostri rappresentanti sardi in Parlamento e dei segretari di partito dimostra solo che si preferisce ridurre le cariche elettive con tutti i difetti e le problematiche che ben conosciamo, ma non si tagliano le fonti di spreco e di sperpero. Temi ben lontani dall'essere solo sfiorati. Non vorrei che la nostra partecipazione alla politica o allo stesso voto si riduca a un muto consenso perché saranno i pochi ELETTI ad occuparsi di tutto. Anche di permettere che 136000 unità lavorative in un anno solo siano rimaste fuori dai posti di lavoro.










