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Il Pd un partito a vocazione minoritaria

Ilvo Diamanti, qualche giorno fa su Repubblica, concludeva un suo chiaro e approfondito articolo sull'analisi dei risultati elettorali con questa considerazione: "Il Partito democratico per ricominciare, non deve guardare gli altri, non deve guardare indietro e neppure avanti. Deve guardarsi dentro.

Ecco deve guardarsi dentro. Deve riprendere quel cammino iniziato a Torino con il famoso discorso del lingotto di Veltroni, cammino che purtroppo in questi anni si è interrotto. Veltroni, richiamandosi all'esperienza positiva dell'Ulivo di Prodi, disegnava un partito democratico moderno, aperto, plurale, che nasceva dalla confluenza delle grandi storie e culture riformistiche del paese: il cattolicesimo democratico, la sinistra socialista, il liberalismo riformista e democratico. Una creazione nuova per superare la parzialità e l'insufficienza di ognuna di queste culture. Un grande forza riformista di centrosinistra, senza lineetta, dove alla sinistra socialista e democratica si univano le forze centriste e riformiste del cattolicesimo democratico. Sinistra e centro uniti in un unico partito: dell'innovazione, del cambiamento, della sfida ai conservatorismi, libero da vecchi e superati ideologismi. Il partito del nuovo millennio a cui ha pensato e lavorato, per cui si è speso con coerenza e determinazione il fondatore dell'Ulivo Romano Prodi e successivamente con grande passione ed entusiasmo Walter Veltroni.

Nel 2008 il nuovo Partito Democratico affrontò per la prima volta una difficile campagna elettorale all'insegna della cosiddetta vocazione maggioritaria e ottenne il consenso di 12 milioni di italiani, il 34% una cifra ragguardevole ma non sufficiente per governare il paese. Comunque un grande successo subito contestato dai maggiorenti della sinistra storica che mal digerivano l'impostazione e la politica maggioritaria di Veltroni. Con le sue conseguenti e forse inopportune dimissioni.

Segreteria Bersani nel 2009. Viene abbandonata la vocazione maggioritaria di veltroniana memoria per tornare ad essere nella struttura, nei programmi, negli uomini, nel linguaggio e nelle regole un partito socialdemocratico europeo ed europeista, certamente apprezzabile ma ben lontano dall'idea fondativa del Partito democratico del Lingotto che tanto entusiasmo aveva creato negli elettori e nei suoi sostenitori che inglobava una vasta area che andava dalla sinistra verso il centro e viceversa. Questa caratteristica di fondo col tempo viene abbandonata per assumere una linea di continuità con la sinistra storica rappresentata dall'ultimo Ds. Al proprio interno, ma anche nell'elettorato, viene a mancare gran parte dell'area che faceva riferimento all'area culturale del cattolicesimo e del liberalismo democratico. Non si spiega diversamente se figure importanti come il Ministro Riccardi (Comunità Sant'Egidio), l'ex presidente delle Acli Oliviero o l'ex governatore del Trentino Lorenzo Dellai ( uno dei fondatori della Margherita), per citarne solo alcuni, non abbiano trovato spazio in un Pd (elezioni 2013) degno della sua idea e della sua linea originaria.

E' abbastanza significativa e conseguente pertanto la proposta di Bersani richiamata continuamente durante la campagna elettorale "Io organizzo i progressisti, voi organizzate i moderati, e poi ci incontreremo in Parlamento" decidendo in questo modo di lasciare una parte degli elettori nelle mani dei centristi di Monti e un'altra alle piazze di Grillo, senza riuscire a mantenere integro il proprio zoccolo duro di elettori (operai) e incapace di intercettare un solo voto oltre i confini naturali di un partito della cosiddetta sinistra progressista. Ha ragione Parisi quando afferma che il 24/25 febbraio ha perso l'idea di Partito, ha perso la sua linea di rappresentanza politica. Alla vocazione maggioritaria a cui si ispirava il pd originario è subentrata l'idea di " identità minoritaria" per dirla sempre con Parisi, e quindi destinata a perdere. Cosa fare adesso? Occorre ritornare alle origini del "Lingotto 2007" e a primarie finalmente aperte non sottoposte al controllo ferreo, quasi militare, dell'apparato del partito, il PD, che rimane ancora la forza maggioritaria del paese, per poter scegliere una classe dirigente e un leader che non perpetuino la vocazione alla sconfitta.

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