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Un’occasione di sviluppo a Macomer: i rustici industriali

La recente fiera nazionale degli ovini conteneva un angolo dedicato alla storia dell'industria casearia e tessile che ebbe come epicentro Macomer: le industria casearie con i vari Albano, Di trani, Castelli, Dalmasso e l'industria tessile con la S.C.A.I.e la storica ALAS.

Questa piccola parte museale è piaciuta a molti visitatori, ha destato grande interesse nei giovani che ne avevano sentito solo parlare dai genitori o, addirittura,dai nonni. Ma ha anche suscitato sentimenti di rimpianto, di incredulità quasi, nel rivisitare un periodo, durato almeno per tutto il '900, in cui Macomer era indubbiamente, in Sardegna la cittadina a più alto tasso di sviluppo (ricordiamo anche il premio delle prime 100 città d'Italia), un punto di riferimento per tutte la zone industriali isolane, mentre ora si assiste solo ad una deindustrializzazione progressiva ma rapida. Un declino che, al di là degli sterili proclami di sindacalisti e politici, non lascia intravedere una via di svliluppo, un progetto su cui costruire giorno dopo giorno un futuro per i nostri giovani.

E, se non vogliamo stare semplicemente a guardare il nostro declino e piangerci addosso, cosa che noi macomeresi sappiamo fare molto bene, dobbiamo tutti sforzarci a pensare ad una nuova via di svliluppo, forti delle esperienze del passato che qualcosa ci insegnano.

Ed il passato ci dice che l'industria a Macomer è sorta e si è sviluppata sfruttando le risorse locali: la pastorizia, in terreni ricchi di sapori naturali ineguagliabili, la centralità e la viabilità. La pastorizia ci ha dato l'industria casearia e l'industria tessile (orbace e lavaggio lana). Il discorso dell'industria tessile si è poi sviluppato con l'insediamento della Tirsotex e, successivamente della Queen. Ma queste due ultime, a ben pensare, sono state delle forzature, forzature nel senso che sono state favorite da particolari agevolazioni(contributi e sgravi contributivi)che hanno sottaciuto la realtà delle criticità della Sardegna, e della Sardegna Centrale in particolare, alla nascita e sviluppo delle imprese: mi riferisco soprattutto ai costi di trasporto, dell'energia, dell'acqua, senza voler parlare di un altro grosso problema, la cultura del lavoro. Vogliamo chiarire perché il lavaggio della lana sarda, che procurava circa trenta posti di lavoro per gran parte dell'anno, è sparito da Macomer? Per il costo dell'acqua! Non si può pagare l'acqua per l'industria al costo dell'acqua potabile e questo a Macomer è avvenuto sia per il lavaggio della lana, sia per la tintoria del Calzificio Queen. A questo proposito, dietro mio intervento presso l'Assessorato regionale all'Industria (Giunta Soru!) fu ottenuto un finanziamento a favore del Consorzio della Zona Industriale di Macomer di alcuni miliardi di lire per il trattamento delle acque reflue al fine di utilizzarle per le necessità industriali. Ma i lavori per la realizzazione dell'impianto credo si siano conclusi solo da qualche anno con un risultato stupefacente: l'acqua reflua trattata non costa meno dell'acqua potabile!!!

Queste premesse servono a farci capire che dobbiamo tenere conto di questa realtà, che dura da decenni e che difficilmente potrà essere cambiata, prima di parlare di nuova via di sviluppo industriale. Questa realtà ci convince che non potremo più puntare alle medie industrie (per noi grandi) come abbiamo fatto a suo tempo utilizzando agevolazioni finanziarie, che oggi non sono peraltro ripetibili per via delle normative europee sugli aiuti di stato. Le nostre diseconomie possono essere solo recuperate con prodotti di qualità che i competitors non sono in grado di produrre. Per fare un esempio, in Austria si producono calze collant con un costo di produzione che è di gran lunga superiore a quello della Serbia o della Croazia (paesi in cui operano oggi le maggiori case italiane di Collant)ma si tratta di prodotti che hanno una qualità eccezionale e che trovano collocamento nel mercati a prezzi decisamente più alti rispetto a quelli delle case italiane più note.

Ed il discorso della qualità, la cui remunerazione supera le diseconimie, per noi vale per le cose che produciamo da sempre e che sappiamo produrre meglio di altri, il formaggio, ad esempio.

A noi non rimane pertanto che cambiare cultura di approccio al lavoro. Se fino ad ora siamo cresciuti con l'obiettivo di cercare "un posto fisso" presso un'azienda o presso un ente pubblico, oggi dobbiamo pensare al lavoro autonomo, alla piccola impresa, all'artigianato.

Su questo è stata lodevole l'iniziativa dell'accordo di programma per la zona industriale di Tossilo. Lodevole l'iniziativa ma deprimente, a quanto mi risulta, il risultato. Si parla di eccessi di burocrazia, di documenti che vengono richiesti e consegnati più volte. Indubbiamente il risultato sarebbe di molto inferiore al previsto. Ma la via è questa, bisogna ripensare e riflettere su cosa non ha funzionato.

Ma c'è qualcos'altro che si potrebbe aggiungere al pacchetto offerto dall'accordo di programma: locali per avviare il lavoro, meglio conosciuti come "incubatori di impresa". E anche qui la nostra storia di aiuta: il famoso presidente del Consorzio della Zona Industriale di Macomer, Nino Carrus, aveva, a suo tempo, tirato dal cassetto un'idea vincente per lo sviluppo dell'artigianato locale, i rustici industriali. L'idea ebbe subito successo e segnò l'avvio di molte piccole attività produttive. Ma si manifestò subito un problema: costavano troppo ed erano stati realizzati male.

A Macomer ci sono tanti capannoni industriali che, in seguito a fallimenti, non trovano collocazione anche dopo ripetute aste esperite dai curatori. Sarebbe veramente triste vederli lentamente crollare per costituire anche un onere di recupero ambientale.

Ritengo che si potrebbe studiare il modo per acquistarli, lottizzarli e metterli a disposizione, con clausole agevolative da studiare, di chi vuole avviare un'attività artigianale. Bisogna capire chi ( la Sfirs?) potrebbe essere incaricato di avviare tale procedura.

Intanto c'è un locale che è "in mano" all'Assessorato regionale dell'Industria: si tratta dell'ex Eurfashion, locale di circa 2.500 mq. che era stato costruito dalla Intex proprio con il compito di "incubatore di impresa": nell'altra ala del fabbricato infatti venne avviata la Queen che vi operò per ben un anno, guadagnando tempo sulla formazione del personale. Questi metri quadrati di capannone industriale di proprietà della Regione possono peranto segnare l'avvio del discorso.

Credo che se ci crediamo e se soprattutto le forze politiche della zona ci credono, il recupero dei capannoni industriali possa essere una inziativa di notevole interesse per lo sviluppo.

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