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In ricordo di Paolo Dettori. “Crisi delle istituzioni e nuova società. Esiste ancora una Questione sarda?"

Pubblichiamo l'intervento svolto da Guido Melis in occasione del convegno-seminario intitolato a Poalo Dettori, protagonista della politica regionale fra il 1956 e il 1975 - organizzato a Sassari il 19 giugno scorso dal "Centro studi autonomistici". Di Paolo Dettori ho un ricordo personale frammentario, sbiadito, come di una fotografia lontana nel tempo. Curiosamente dominato da un'immagine, quasi un flash della memoria, che daterei intorno ai primi anni Sessanta, localizzato in quel tratto di scogliera che divide, sulla costa algherese, la Torre del Lazzaretto da Capo Galera. Io adolescente, con mio padre e mio fratello bambino, in mezzo ai cespugli di lentischio. L'incontro con questo signore grosso, un po' ansante, attorniato da bambini di ogni età che gli scappano da tutte le parti e che lui richiama con voce paziente e, mi sembrò allora, anche un po' rassegnata. Mio padre e lui scambiarono due parole. Poi ci lasciammo e papà, che com'è noto non amava affatto la Dc, mi dice: "Quello era l'onorevole Dettori, un democristiano ma [sottolineo il "ma"] una persona molto seria".

Mi capitò poi d'essere compagno di scuola di Fulvio. Qualche volta, mentre con Piero Sanna o altri compagni preparavano un esame di diritto nella loro casa di via Pietro Micca (si studiava nel soggiorno, la casa era modesta e molto densamente abitata dalla grande famiglia), poteva capitare che lui si affacciasse alla porta, ci sorridesse e ci salutasse con una stretta di mano. Più tardi, non saprei dire in che anno, chiese tramite Fulvio di incontrare un gruppo di studenti universitari del movimento, per discutere "in privato" le linee della sua legge sul diritto allo studio, che sarebbe stato uno dei suoi atti più significativi. Stranamente (non erano tempi di compromessi, né storici né d'altro tipo) aderimmo, forse anche per la discrezione e il garbo con cui era stato formulato l'invito. Chiacchierammo per un'intera mattinata nella sua casa di via Pietro Micca.

Dettori era, lo ha descritto tante volte in modo eloquente ed esaustivo Manlio Brigaglia che era suo cugino, un uomo normale. Un pacifico uomo normale. Non aveva nulla della prosopopea del politico di professione, come anche allora se ne trovavano; e neanche era dominato dal febbrile dinamismo, dall'ansia di apparire che travolgono oggi i politici. Come scrive anche Salvatore Mura nel suo recentissimo Pianificare la modernizzazione (tornerò su questo volume appena uscito, che ha molto a che fare con quanto stiamo discutendo), era un uomo mite, la cui fisionomia persino un po' paciosa corrispondeva all'indole e alla attitudine privata.

Amava la mediazione. Al tempo stesso, però (lo dice la sua stessa biografia politica) era capace di intransigenze morali nette, di posizioni politiche scomode, di testimonianze sobrie ma inequivocabili (il sostantivo, testimonianze, si adatta bene al suo modo d'essere cattolico, senza esibizioni, nei fatti e nei comportamenti quotidiani).

La sua biografia – cito Brigaglia quasi alla lettera – si apre con un periodo di studi e di formazione,negli anni difficili dell'immediato dopoguerra. Alle spalle la larga famiglia gallurese dalla quale entrambi, Dettori e Brigaglia, provengono, con al centro un mitico nonno, ortolano,cattolicissimo in una città fortemente laica com'era allora Tempio.

Forse, se non esagero, quella cerchia familiare fu una sorta di palestra educativa (di quell'educazione impropria che in Sardegna contava allora più della scuola).
Poi il concorso e per poco tempo l'insegnamento a scuola. Ma ben presto la passione per la politica, scoperta stando nel gruppo di quelli che poi sarebbero stati chiamati "i Giovani turchi", destinato in pochi mesi a scalare un partito democristiano ancora dominato specialmente a Sassari dai vecchi esponenti del cattolicesimo popolare. C'è, su questo, una puntuale ricostruzione di Francesco Obinu, posso quindi andare oltre rapidamente.

Fu, sebbene io non condivida l'enfatica definizione di "rivoluzione", un cambio di passo radicale,nel quadro di quella modernizzazione della politica che in sede nazionale fu impersonata negli stessi anni dalla complessa, direi anche contraddittoria leadership di Amintore Fanfani. Molte componenti facevano parte del giovane gruppo sassarese: un afflato sociale che veniva dalla grande lezione del cattolicesimo francese tra le due guerre; il senso della modernità legato alla tumultuosa espansione dell'economia negli anni chiave del "miracolo"; l'idea che al vecchio ceto notabiliare di diretta o indiretta estrazione rurale dovesse sostituirsi, alla guida del partito in Sardegna, una nuova leva,anagraficamente giovanissima, formata da militanti "moderni" e funzionari cresciuti nelle scuole del partito; un certo meridionalismo, collegato per più fili all'intervento straordinario nel Mezzogiorno e alla esperienza della prima Cassa, ma al tempo stesso insofferente delle burocrazie centraliste che in quel contesto si erano generate; infine l'idea moderna del partito politico: basato su tessere, sezioni, gerarchie territoriali ed elettorali, gruppi dirigenti,leadership.
Cambiò la politica sarda, in quegli anni. Ma Dettori, che nel 1957 fu eletto per la prima volta, poco più che trentenne, consigliere regionale, rispetto ad altri di quel gruppo, manteneva una sua tipica originalità.

Radicale la sua distanza da Francesco Cossiga: del resto c'è chi si ricorda che al matrimonio di Cossiga i compagni di corrente non c'erano, perché la famiglia della sposa – forse memore del defenestramento del vecchio Sigurani ad opera dei giovani turchi – ne aveva chiesto espressamente l'esclusione. Cossiga comunque era di Sassari, gli altri della provincia (e sia pure, Dettori, di una provincia con velleità cittadine com'era soprattutto allora Tempio). Faceva una certa differenza.
Un'altra differenza era nei toni: radicali, aggressivi, inclini alla polemica quelli di molti dei nuovi leader (uno per tutto, per temperamento, fu Pietro Soddu); pacati,raziocinanti, quelli di Dettori, in certo senso il più simile, nel gruppo, allo stile e al tratto di Aldo Moro (che per alcuni dei "Giovani turchi" sarebbe divenuto il punto di riferimento nazionale).
Un'altra ancora era nella vastità della cultura di riferimento: buoni libri, molto meridionalismo democratico: per intenderci, la linea che, dai grandi dell'Ottocento – Giustino Fortunato, De Viti De Marco– passa specialmente per Sturzo, ma anche per Nitti e per Guido Dorso, e poi per la letteratura degli anni Cinquanta, in particolare il cattolico Pasquale Saraceno e la Svimez.

Speciale, in Dettori, una conoscenza profonda dell'agricoltura. Brigaglia lo ha scritto tante volte: la geografia agraria della Sardegna, i suoi molti piccoli mondi rurali, diversi uno dall'altro anche se a pochi chilometri di distanza in linea d'aria, il peso preponderante della orografia nel dividere i territori e i paesi, la specificità delle colture, la qualità dei pascoli. Una conoscenza minuta, che doveva poi tradursi in una sorprendente competenza negli anni del governo attivo. Pochi politici sardi hanno conosciuto altrettanto bene la realtà rurale della Sardegna.

Paolo Dettori, nato uomo di partito, ha tuttavia nel sangue la vocazione a governare, ad amministrare, a progettare, a organizzare uomini e risorse, a perseguire obiettivi e possibilmente ad ottenerli. Ḕ un ruolo che gli si confà, forse più consono alla sua indole mediatrice e al tempo stesso al realismo che costituisce un'altra delle sue doti. Due volte, per due anni e mezzo è assessore all'agricoltura, prima in una Giunta Corrias dal 1961 al 1963 e poi, per un anno, in una Giunta Spano nel 1972-73. Nel '58 era stato anche assessore al Lavoro,nella prima Giunta Corrias, quella della svolta politica frutto dell'escalation regionale dei "Giovani turchi" (alleati, in quell'occasione, con una robusta componente di compagni di viaggio cagliaritani).

Nel marzo 1966 e per un anno (vigeva anche alla Regione, come a Roma, la regola non scritta delle crisi governative frequenti, dei balletti delle giunte) Dettori diventa presidente della Regione sarda.

L'asse di quella Giunta,la prima a guida diretta dei "Giovani turchi" sassaresi, sarà il rapporto con la programmazione nazionale, e più specificamente quella coppia (quasi un ossimoro) "contestazione-accettazione" che avrebbe rappresentato a lungo la bandieradella Dc sarda, o per lo meno della Dc di Dettori e dei suoi amici. Ritornerò su questo punto e sulla validità di quella linea. Qui conta registrare subito come Dettori si proponesse e proponesse la sua stessa Giunta quale interprete principale del progetto dell'industrializzazione sarda, così come si era venuta in quegli anni delineando e cominciava a tradursi nella realtà: una industrializzazione nella quale alla mano pubblica, e quindi alle Partecipazioni statali, sarebbe dovuto toccare non solo un ruolo proporzionalmente decisivo, ma ancor più una responsabilità speciale nella realizzazione degli obiettivi sociali connessi alla grande trasformazione. In qualche modo le Partecipazioni statali avrebbero dovuto "correggere" gli eccessi "egoistici" del capitale privato.
Come avveniva contemporaneamente per la questione meridionale, anche per la "questione sarda" si puntava sulla guida della politica: di una politica che si autoproclamava "autonomista"(di un autonomismo diverso, però, da quello delle giunte, pure democristiane,succedutesi nell'immediato dopoguerra: la Regione "come municipio in grande", le aveva bollate Antonio Pigliaru). Un autonomismo, cioè, consapevole degli obiettivi di programmazione, che avrebbe dovuto con mano salda tenere le redini del processo di cambiamento, indirizzarlo, completarlo con le necessarie infrastrutture.

Il Grande Cambiamento,appunto. Il sogno della Rinascita. Una legge per l'isola e il suo "rifiorimento" (uso non a caso una parola tratta dal vocabolario della questione sarda del Settecento). Risorse aggiuntive e non sostitutive di quelle ordinarie. Cambiare la Sardegna. Fare uscire in pochi anni, in poco meno di una generazione, i sardi dalla miseria. Costruire in ogni paese i servizi essenziali della vita moderna, ma anche una rete di strade nelle campagne, le scuole, gli ospedali. Rimboschire. Creare un'agricoltura moderna, riducendo le terre incolte e valorizzando la piccola proprietà. Sviluppare i trasporti, rompere l'isolamento esterno ed interno. Soprattutto industrializzare, attrarre in Sardegna l'industria capitalistica moderna, con tutto l'indotto che ne sarebbe derivato. Da pastori in gambali a operai in tuta blu. "Nella Rinascita c'è un posto anche per te", prometteva un celebre slogan.

Progetto ambizioso. Non sfuggiva a Dettori – lo si evince dai suoi scritti e dalle sue scelte politiche– l'estrema difficoltà di guidare lo sviluppo. Il blocco sociale che si era identificato sino ad allora nel voto democristiano era molto composito, abbracciava indistintamente città e campagna (quella campagna tanto intimamente differenziata della quale nessuno come Dettori conosceva la geografia ma pure i conservatorismi profondi). La stessa composizione del partito, diviso in correnti, testimoniava la difficoltà dell'opera. Modernizzare – lo insegnava del resto la storia stessa delle rivoluzioni industriali in Europa – significava intervenire a modificare realtà secolari, riscrivere l'economia di interi territori, liquidare culture ataviche, stabilire nuove gerarchie sia tra i territori sia nell'ambito delle classi sociali e dei gruppi dirigenti. Non era un'operazione indolore, insomma. Comportava traumi indelebili. Richiedeva specialmente consenso: consenso sociale e consenso politico.
La politica "contestativa", rispetto a questa problematicità del progetto, trovò una soluzione: individuò, se vogliamo anche semplificando molto i termini del problema, un nemico esterno. Un interlocutore da convincere, come avrebbe forse detto Dettori. Di fatto un nemico: e questo nemico fu lo Stato, il governo nazionale, seppure a guida (e qui sta il paradosso) ugualmente democristiana. In questo che poteva anche apparire un gioco delle parti (e tale apparve almeno a tratti agli avversari di sinistra) si tradusse la sapienza politica di Dettori, Soddu e degli altri loro correligionari (anche se la politica contestativa non fu solo monopolio della loro corrente, ma fu condivisa da altre componenti della Dc). Il Governo nazionale,come dice bene Mura, "era inadempiente". Si poteva, anzi si doveva, dunque,rivolgere al Governo una domanda pressante di intervento, dietro la quale unificare la protesta dei sardi.

I sardi intesi come popolo, però, senza più distinzioni né culturali né politiche. Tornava qui il richiamo della foresta tipico di tutta la politica sarda del Novecento, di sinistra, di centro e persino di destra. L'interesse comune dei sardi, la loro unità in quanto sardi. I sardi "nazione fallita", come aveva scritto Emilio Lussu, ma pur sempre nazione. Vecchio slogan del sardismo vincente del dopo prima guerra mondiale. Parola d'ordine sempre vitale e serpeggiante sotto la politica sarda, che persino durante il fascismo aveva avuto più d'una occasione di riemergere episodicamente alla luce, come da un sotterraneo cammino carsico. Del resto, non era stata proprio la Cgil del 1950 l'artefice, sotto ispirazione dei comunisti, del primo "Congresso del popolo sardo", evocativo sin dal titolo di quella unità?

Non voglio addentrarmi troppo nel tema, che ha valenze attuali evidenti. Ma è certo che in quegli anni furono poste le basi di una sofisticata operazione culturale, prima ancora che politica. Uno dei suoi interpreti più alti fu un grande studioso, un maestro dell'archeologia che ebbe parte non secondaria nel dibattito politico: parlo, ovviamente, di Giovanni Lilliu. Un altro fu il Partito sardo d'azione, avviato da tempo lungo il viale del tramonto dopo i fasti dell'immediato secondo dopoguerra, ma tenuto letteralmente in vita dalla politica di Dettori, consapevole del valore della sua presenza simbolica nelle giunte, della forza, anche solo in termini di mero appeal, che poteva avere la sua partecipazione al governo della Regione. Così che quando il PsdA si ritirò dalla Giunta, nel gennaio del 1967, Dettori si dimise,come dire?, automaticamente.

Una notazione particolare, adesso. Nel libro di Salvatore Mura Nino Rovelli è citato due sole volte. Mi permetto di formulare un'osservazione, che nulla vuole togliere al valore della ricerca di Mura che, ripeto, è molto innovativa per impianto e per larghezza di fonti e risulterà certamente importante per indirizzare gli studi futuri. Ma Rovelli fu, proprio nel decennio 1959-1969 considerato dal libro, il protagonista occulto (o forse neanche tanto occulto: parlavano di lui le ciminiere erette nei poli e soprattutto le pagine dei giornali sardi da lui arrogantemente occupate), il deus ex machina nascosto, talvolta persino il burattinaio della politica sarda. Non ho bisogno di insistere su questo punto: Rovelli – e dietro di lui i grandi interessi economici non sardi atterrati nell'isola – contavano molto, moltissimo. Forse anche più di quanto non possiamo oggi, allo stato delle fonti, documentare: ad esempio, in termini dicondizionamento delle forze politiche, di maggioranza come di opposizione.

Era naturale che fosse così. Se si mette un gigante in un mondo di nani, avviene quello che Jonathan Swift racconta nei Viaggi di Gulliver. Non sempre si riesce a legare il gigante.
Fuor di metafora, il punto cruciale fu la debolezza che la Regione in quanto istituzione dell'autonomia dimostrò, sin da quegli anni, rispetto a una "programmazione di fatto", concordata in stanze separate e segrete, che finiva per affiancare e spesso per doppiare o addirittura vanificare la programmazione cartacea e pubblica dei Piani regionali. Qui, in questa manifesta debolezza del potere autonomistico di fronteggiare i poteri forti (forti anche per le radici e i legami nella politica nazionale: ma pur sempre forti), sta uno dei punti interrogativi che occorre continuare a porsi su quegli anni e sull'opera politica e di governo della Dc e dei suoi alleati. Ed anche sulla capacità di quella classe politica di guidare lo sviluppo. Guidare,dico, non agevolare accompagnandolo. E neanche limitarsi a lenirne le fisiologiche contraddizioni.
So benissimo che guidare lo sviluppo non è mai compito facile; l'ho già detto, lo ridico.

Sebbene governasse Giolitti,che forse di tutti i governanti nazionali del prefascismo fu il più consapevole, la prima industrializzazione d'inizio Novecento lasciò sul campo i suoi morti e feriti, radicalizzando ad esempio la questione meridionale e il dualismo italiano; nonostante De Gasperi, poi Fanfani, e poi specialmente Moro e i socialisti, la seconda rivoluzione industriale si risolvette nel drammatico esodo dei meridionali al Nord, nella crisi mortale delle campagne e nell'esplodere di contraddizioni sociali e culturali che condizionarono e forse ancora condizionano lo sviluppo del Paese. Del resto tutte le rivoluzioni industriali, dacché avvengono nel mondo, sono tutt'altro che un pranzo di gala: basta anche solo leggere i romanzi di Dickens, la sua "città del carbone" che evoca la Londra ottocentesca.
E pur tuttavia, l'insieme della classe politica regionale degli anni Sessanta e poi Settanta (maggioranza e opposizione) appare, vista con l'occhio del poi, particolarmente disarmata. La nave, per citare un'espressione di Bettino Craxi che certo non sarebbe piaciuta a Dettori, andava; e sicuramente andò. Intorno ai poli industriali nacque una Sardegna nuova. Nacque una classe operaia che tra l'altro fu protagonista dell'avanzata delle sinistre a metà degli anni Settanta. Ma si evidenziò subito (non è senno del poi: qualcuno lo scrisse anche allora) una debolezza di fondo del timoniere politico, costretto a seguire rotte determinate da altri, verso mete che forse non furono all'atto pratico quelle che egli si prefiggeva di raggiungere.

Il tema – nascita, sviluppo e crisi del processo di modernizzazione in Sardegna – può costituire, in conclusione di queste note, il nocciolo duro di un'utile riflessione che parta da Paolo Dettori per arrivare all'oggi. Come si diceva un tempo con espressione non del tutto elegante, chiediamoci cosa è vivo e cosa è morto nell'esperienza di Paolo Dettori.
Viviamo in Sardegna la fine di quel mondo la cui nascita fu in parte voluta, in parte interpretata in prima persona da quella classe dirigente. Un mondo durato 50 anni, e non è poco. 50 anni che hanno cambiato i sardi e il loro modo di vivere. Ma ora, di quel mondo, vediamo le rovine.

Tutto, o quasi, è cambiato: la terza rivoluzione industriale introduce e impone una inedita ripartizione della divisione internazionale del lavoro, segnata dal prepotente protagonismo di attori nuovi, come le tigri asiatiche o in prospettiva quelle ancora silenti dell'America Latina. Uno studioso italiano che insegna economia nell'Università della California, Enrico Moretti, ha spiegato in un libro uscito da noi un paio di anni fa (titolo: La nuova geografia del lavoro) come è cambiato e sta cambiando il mondo che ci circonda: luoghi un tempo all'avanguardia dello sviluppo rapidamente obsoleti, aree prima marginali che diventano strategiche, il lavoro sempre meno materiale e concentrato, più diffuso; e ancora: l'abbattimento del fattore logistico e delle distanze geografiche, la decisiva importanza della mobilità sociale, l'inderogabile necessità della ricerca come motore dello sviluppo. Ḕ il tempo dell'economia globale, della comunicazione universale, della grande rete senza più gerarchie fisse. Si salva chi precorre il futuro, chi investe in conoscenza, chi sa stare in rete.

C'è da chiedersi quale destino possa avere la Sardegna, in questo scenario.

Un'isola: ma esisteranno ancora le isole? Si potrà pensare a una politica per le isole? Ci sarà ancora,nel nuovo futuro che è già presente, l'isolamento, che è stato tipico – per dirla con un grande storico francese del Novecento – delle îles-conservatoires quali noi siamo stati per secoli?
Un territorio a bassissimo incremento demografico: ma messo geograficamente proprio alle soglie dell'Africa, un continente ad altissima, incontenibile densità demografica.
Un luogo dell'identità, di un'identità millenaria simboleggiata dai nuraghi e dai giganti di Mont'e'Prama: ma in un mondo nel quale le identità sono inesorabilmente destinate a incrociarsi, a mescolarsi, forse a diventare meticce.

Cosa dice, se dice qualcosa, a noi sardi di questo tempo nuovo, l'esperienza di Paolo Dettori?
Dice che il cambiamento, quando si prospetta, quando per una serie di fattori forse persino casuali si presenta, non va mai respinto: va afferrato, e possibilmente controllato, indirizzato, governato. Se, ad esempio, come dicono i giornali di questi giorni, ci tocca una quota parte dell'immigrazione africana, non sarà il caso di ragionarci su e di trasformare in una opportunità questa che appare come un aggravio? Non vedo nessun segno di riflessione nel dibattito sardo, su questo punto nodale.
Il limite dell'esperienza storica degli anni Sessanta-Settanta, di cui stiamo parlando,sta appunto nella debolezza rivelata allora dagli strumenti per governare il cambiamento. Non l'autonomia di allora, ma nemmeno la vagheggiata più radicale versione dell'autonomia di adesso (magari in salsa indipendentista) servono più nel mondo globale che ci si prospetta. Il mondo nel quale gli Stati cedono sovranità verso l'alto, a quel governo globale che si va formando su scala planetaria; e nel quale però proliferano disordinatamente e spontaneamente dal basso forme nuove di autogoverno, tutte da interpretare e forse coordinare, ma comunque decisive. Forme che si radicano nei territori (succede anche da noi in Sardegna), ma poi contano e incidono davvero solo se se ne allontanano, sestanno nella rete, se entrano tra di loro in collegamento, se si contaminano reciprocamente. L'île-conservatoire deve diventare carrefour.

Non possiamo pretendere che 50 anni fa, in quel 1975 nel quale Paolo Dettori ci lasciò per sempre poco meno che cinquantenne, egli avesse neppure intuito la grande rivoluzione alla quale oggi assistiamo, stimolati sì, ma al tempo stesso anche sgomenti.

Certo però, se egli potesse parlarci, ci farebbe io penso le stesse domande che anche noi, confusamente, ci poniamo.
Come si governa il caos dell'economia globale? Chi e con quali metodi prende le decisioni nella grande rete? Come si fa, se sei periferico e strutturalmente debole, a esercitare un controllo sul tuo destino? Come si indirizza e si tiene insieme una società multietnica, multiculturale e multireligiosa? Cosa sostituiremo allo strumento già allora inadeguato ed oggi palesemente logoro dell'autonomia?

Alle domande del suo tempo, negli anni Cinquanta e Sessanta, Paolo Dettori ha risposto. Bene o male(io credo più bene che male) ma ha risposto.
Ora però tocca a noi.

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