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Ostello Europa

Al centro di Bristol, tra le case vittoriane e i pub della vecchia Inghilterra, dentro un ostello affollato e odoroso, potrete trovare un pezzo di quell'Europa giovane e multiculturale che è fatta di persone e non di burocrazie o regolamenti, né di speculazioni o di egoismi nazionali.

Il viaggiatore che con lo zaino in spalla dovesse calcare quella moquette si troverebbe in un luogo dove si può ascoltare una sorta di spanglish come se fosse la Florida, dove le facce delle ragazze e dei ragazzi raccontano di futuro, speranza voglia di migliorarsi. Italiani, spagnoli, francesi, polacchi ma anche portoghesi e rumeni, spesso con una laurea in tasca o l'esperienza di un mestiere, trovano in ostelli come questo la loro prima casa nel Regno Unito.

Sono qui per provarci, per crederci a quell'idea tutta europea di mobilità e diritto del lavoro su un intero continente. Nella cucina al pian terreno, non sono solo gli odori delle diverse pietanze a mischiarsi, ma gli accenti e le informazioni su come ottenere il codice fiscale o aprire un conto in banca; tutti sulla stessa strada con un percorso personale ma in fondo collettivo di integrazione e adattamento.

Questa migrazione dolce, fatta spesso da chi ha già vissuto all'estero ed è abituato a viaggiare, la si potrebbe raccontare con la storia di Marco che lascia l'ostello alle tre del mattino per lavorare in aeroporto o con i sogni giovani di Giacomo che è rientrato dall'Australia o ancora con il sorriso spagnolo di Ana, che ha raggiunto suo fratello nel Regno Unito.

In quella storia, in quei sogni, in quel sorriso ci possiamo trovare tutta l'energia di questa Europa, tutta la voglia di migliorarsi della sua gente, tutto l'antidoto alla depressione delle crisi economiche che hanno devastato i paesi mediterranei. In strada, subito oltre la porta dell'ostello inizia l'Inghilterra, quel paese straordinario che ha mandato a morte il re prima dei francesi e tuttora conserva la monarchia, la terra di Newton e di Shakespeare, di Darwin e di Chaplin, dove le donne di tutto il mondo iniziarono le loro battaglie e dove in qualche modo iniziò quella che usiamo chiamare modernità. Nonostante i costi proibitivi delle sue città e i perenni cieli nuvolosi, oggi più che mai il Regno Unito è un paese attrattivo, dove i giovani vogliono andare e dove i discorsi sanno di futuro. Ma questa ricchezza di possibilità, questa energia britannica che assorbe la meglio gioventù del vecchio continente, non è priva di contraddizioni.

Era il 1973 quando il Regno Unito fece il suo ingresso nell'Unione Europea, qualche anno prima che Margaret Thatcher diventasse primo ministro e rimanesse nella casa di Downing Street fino al 1990. Da allora e in particolare dalla fine degli anni 2000, centinaia di migliaia di giovani europei sono partiti per la Gran Bretagna (250.000 italiani risiedono nella sola Londra secondo Il Sole 24ore). Ma ora, il 23 giugno prossimo, i cittadini britannici sono chiamati a scegliere, a giudicare quella storica decisione, divisi tra la paura di fare un salto nel buio e quella di non riuscire più a controllare l'immigrazione.

E' indicativo come, seppure il premier conservatore Cameron, l'intero partito Laburista, i più prestigiosi quotidiani, i poteri forti della finanza, stiano facendo una strenua campagna per il Remain, l'elettorato appaia drasticamente diviso a metà. Ancora una volta l'Europa rappresentata dalle istituzioni pare essere solo l'Europa delle istituzioni, non mostrandosi convincente per una gran parte dei cittadini. Ma se dovessimo dare valore anche a qualcosa diverso dal denaro, non potremmo ignorare la ricchezza di quei giovani che affollano gli ostelli britannici.

Una ricchezza fatta non solo di forza lavoro ma di idee che maturano, lingue che si apprendono, di amicizie. Una ricchezza che come sangue circola fino ad arrivare in qualche maniera ai più lontani capillari, portando un po' di tutta quell'Europa multiculturale tra le province mediterranee, nelle città slave e in tutti quei luoghi dove troppo spesso si parla solo al passato.

*A tutela della privacy, i nomi usati nell'articolo sono di fantasia

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