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Gabriele Pescatore: "Un grande amico della Sardegna e del Sud”

E' scomparso a 100 anni (li avrebbe compiuti il 21 ottobre prossimo) Gabriele Pescatore. Il suo nome dirà poco o niente ai ragazzi di oggi. Su Internet sarà raro trovarne traccia. Eppure Pescatore fu uno degli uomini chiave della economia e delle istituzioni italiane al tempo della prima Repubblica, uno dei più influenti protagonisti dell'Italia della ricostruzione e del benessere. "Il Grande Elimosiniere", lo definiva "L'Espresso" di Scalfari, insistendo sul suo ruolo organico all'interno della classe di governo di allora.

"Boiardo di Stato", fu un'altra, ancor meno benevola definizione. Fu forse anche questo: l'uomo chiave attraverso il quale passarono le politiche di finanziamento, specie del Sud, in anni nei quali ancora si credeva nella possibilità di correggere il dualismo economico e di risolvere la questione meridionale. Fu uomo di azione, e quindi anche di relazioni politiche specie coi partiti di maggioranza, di collegamenti, di filtro con interessi presenti nell'Italia di allora. Il decisore occulto di politiche di intervento pubblico che trovarono poi sanzione e realizzazione diretta, senza troppe correzioni, sul tavolo dei ministri democristiani. Potentissimo, certo. Ma al tempo stesso anche servitore dello Stato, come poteva e sapeva esserlo una generazione di grandi funzionari e magistrati che in quegli anni eroici (dopo la distruzione della guerra) costituì una enorme risorsa. Come il suo amico Donato Menichella, che era stato all'Iri ai tempi della sua fondazione e fu poi l'indimenticabile governatore della Banca d'Italia dopo Einaudi; o come Pasquale Saraceno, il cattolico che fu al centro della programmazione economica negli anni Sessanta; o come i grandi meridionalisti del dopoguerra: Francesco Compagna, il comunista Gerardo Chiaromonte, Ugo La Malfa. Uomini di diversa cultura e appartenenza politica, uniti in quegli anni dal sogno di rimettere in moto l'Italia, e nell'Italia il grande assente di sempre: il Mezzogiorno.

Pescatore era nato a Serino, provincia di Avellino, nel 1916. Nel 1937, a soli 21 anni, si era laureato in giurisprudenza a Napoli, allievo prediletto del grande studioso di diritto della navigazione Antonio Scialoja, che lo aveva subito inserito – lui, semplice garzone di bottega – nel gruppo di professori impegnato dal ministro fascista Dino Grandi nella redazione del codice civile, in particolare per occuparsi del coordinamento con quello della navigazione. Una scuola eccellente, quella di Scialoja, alla quale Pescatore, che intanto aveva vinto il concorso in magistratura, apprese moltissimo. Nel 1942 vinse anche la libera docenza, sicché l'anno successivo poté sostituire il suo maestro Scialoja come incaricato di diritto della navigazione alla Università di Roma (incarico che tenne poi per 40 anni). Dopo il 25 luglio lavorò nella segreteria del ministro Gaetano Azzariti, alla Giustizia; poi seguì Badoglio al Sud.

Intanto scriveva: La corporazione dei piloti, si intitolava la sua prima biografia, edizione 1942. Entrò, dopo la Liberazione, al Consiglio di Stato come referendario, poi dal 1951 divenne consigliere. Importantissime alcune decisioni delle quali il giovanissimo Gabriele fu relatore. Subito si distinse per la finezza della sua lettura del diritto, per la vastissima cultura che sosteneva le sue sentenze. Intanto, già nel 1953 era stato posto fuori ruolo e assegnato alla funzione di capo di gabinetto nel Ministero dei Trasporti. E il 14 ottobre 1954 (a meno di 40 anni, dunque) fu scelto come presidente della Cassa per il Mezzogiorno.

La Cassa, ente autonomo dotato di propria personalità giuridica di diritto pubblico, era stata istituita nel 1950, per l'azione congiunta del governo De Gasperi, la spinta di Dossetti e del gruppo di studiosi meridionalisti raccolti nella Svimez. Voleva essere un agile strumento per rimuovere le secolari arretratezze del Sud: fare in fretta e bene opere pubbliche, strade, acquedotti, canali, bonifiche, case coloniche, scuole, meccanizzazione dell'agricoltura. Il braccio di una riforma agraria a lungo sperata e progettata, che ebbe nella legge stralcio di Segni il suo inizio promettente ma anche la sua fine, bloccata come fu dagli interessi dei grandi agrari. Pescatore succedeva come presidente della Cassa a Ferdinando Rocco, il fratello del guardasigilli del fascismo, che era contemporaneamente presidente del Consiglio di Stato. Fu una bella responsabilità ma assolta con entusiasmo e intelligenza, e con una grande, sorprendente capacità di sacrificio (era, e rimase sempre, un lavoratore infaticabile). Il giovane consigliere di Stato impresse infatti alla Cassa un impulso del tutto nuovo e originale. Come ha scritto lo storico Giuseppe Barone, con lui "la Cassa riuscì ad operare come un volano dello sviluppo grazie alla alleanza esplicita degli enti territoriali che ne riconoscevano la superiore capacità progettuale ed esecutiva".

Già, perché nella Cassa si incarnò un nuovo modello di ente pubblico, solo vagamente simile a quello, pure positivo, che nel 1933 era stato inventato da Alberto Beneduce con l'Iri. Intanto la struttura: poca burocrazia, una trentina appena di ingegneri, scelti fuori dai concorsi statali, per cooptazione ma con estremo rigore però, e con una valutazione costante tutta basata sui risultati raggiunti. Una organizzazione non di tipo ministeriale, ma invece quasi dipartimentale, basata sugli obiettivi da realizzare. Pochi dipendenti, ma pagati benissimo (persino qualche direttore generale chiese di poter lasciare il ministero a favore della Cassa, dove avrebbe raddoppiato il proprio stipendio). Pochi, a differenza della burocrazia ministeriale, i laureati in legge, moltissimi i tecnici selezionati tra i migliori nelle varie specialità. I risultati furono subito notevoli. Solo dopo, andato via Pescatore, la Cassa sarebbe entrata in un cono d'ombra, perdendo in parte le sue caratteristiche di origine e burocratizzandosi sino a perdersi definitivamente nel sottobosco degli enti campo di conquista della politica. Ma questo accadde negli anni Sessanta e Settanta, quando le sue funzioni furono estese allo sviluppo industriale e la sua struttura cambiò profondamente.

Pescatore tornò poi al Consiglio di Stato, ma non abbandonò la Cassa definitivamente, perché dal 1963 al 1978 fu richiamato alla sua presidenza, sia pure con incarichi "a tempo". Il suo capolavoro fu ottenere il finanziamento della Banca mondiale (la grande banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo), presieduta all'epoca dall'americano Eugene Black. Non è esagerato dire che il successo fu favorito dalla profonda amicizia che Pescatore intrecciò con questa eminente personalità della finanza internazionale (nei loro soggiorni romani, è stato di recente ricordato, Black e la moglie abitavano in casa Pescatore, tanta era la familiarità che si era creata tra le due coppie). Ne venne per l'Italia una pioggia di 250 milioni di dollari, che passarono direttamente attraverso la Cassa: una concentrazione di mezzi finanziari formidabile, che giustificò la fama di Pescatore come grande regista della politica meridionalista italiana del dopoguerra.

Scriveva intanto anche di scienza del diritto: sue le grandi raccolte normative come il Codice delle leggi sulla navigazione marittima, interna ed aerea; sua la edizione firmata con l'amico Antonio Lefebvre del Manuale di diritto della navigazione. Nel 1980 divenne presidente del Consiglio di Stato, gestendo così la fase delicata della creazione dei Tar.

Giurista insigne, grande consigliere di presidenti della Repubblica e presidenti del Consiglio, uomo chiave anche dietro le quinte di mille scelte politiche, Pescatore era però un uomo schivo, sobrio, abituato a non apparire. Non amava i riflettori della notorietà. Conosceva il territorio italiano, specie quello del suo Sud, palmo per palmo, per averlo percorso mille volte. Aveva amici e referenti in ogni provincia: anche in Sardegna, dove concorse non poco alla politica della Rinascita e poi ai suoi successivi sviluppo. Una foto lo ritrae giovane, sorridente, in ginocchio come nelle istantanee delle squadre di calcio, in mezzo a un folto gruppo di ragazze in costume di Bitti, paese di cui ebbe la cittadinanza onoraria.

Ho conosciuto personalmente Gabriele Pescatore, ma molto più tardi, purtroppo. Nei primi anni Duemila, curando un dizionario su tutti i consiglieri di Stato dall'unità d'Italia agli anni Cinquanta (poi uscito per Giuffrè sotto l'egida dell'istituto), decidemmo di includervi anche la sua biografia. Allora chiesi al presidente Laschena di accompagnarmi da lui per una breve intervista. Un pomeriggio assolato, a Roma, io stesso, Laschena e una folta delegazione di magistrati di Palazzo Spada che volevano rendere omaggio al maestro, andammo a trovarlo. Un condominio qualunque, dalle parti di piazza Ungheria. Ci fece accomodare nel suo salotto pieno di libri. Poi, quasi ci chiedesse un favore personale, rivolgendosi a me, mi disse : "Professore, scusi, potrei prima vedere il finale della tappa del Giro d'Italia?". E mezzo Consiglio di Stato assistette allora con lui a quella tappa, in quella modesta casa borghese di una via qualunque di Roma. Ammirato, come lo ero io, della civiltà d'altri tempi di quel grande vecchio.

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