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Masterplan Zone Interne

Buongiorno a tutti,
Nel ringraziare la Confindustria Sardegna centrale per l'organizzazione di questo convegno a Fonni, dimostrando come sempre notevole sensibilità verso le varie questioni di questi territori, vorrei anzitutto salutare tutti gli ospiti.
Saluto i relatori, il presidente Pigliaru, i colleghi sindaci e amministratori ma soprattutto vorrei salutare più di tutti, non me ne voglia nessuno, i cittadini e gli imprenditori presenti oggi in questa sala. Credo che chiunque di noi intervenga oggi, debba farlo volgendo il proprio pensiero a loro, abitanti e lavoratori di questi territori. Solo così possiamo pensare che qualunque parola venga detta da noi non sia vana.
E a me, detto in tutta sincerità, una delle cose che fa più paura di questi incontri è che alla fine si riducano ad un lunghissimo elenco di lamentele e che soprattutto tutte le cose dette, con tutti i più buoni propositi del mondo, restino solo agli atti, senza produrre, come sarebbe auspicabile, FATTI.
E siccome mi hanno detto che noi sindaci abbiamo la cattiva fama di porci sempre e solo in termini lamentosi – ma questa cosa io la respingo totalmente, sappiatelo - io vorrei invece provare a fare qualche piccolo ragionamento che spero sia percepito non come un insieme di problemi messi uno sull'altro ma come un insieme di opportunità.

Parto dal titolo del convegno di oggi. E parto manifestando disagio.
Disagio perché ogni volta che sento parlare di "master plan" ma anche di "piano di rinascita" o "piano di rilancio" dalla politica un brivido mi percorre la schiena. E siccome ho questa fervida immaginazione, mi immagino che ogni volta che qualcuno in Sardegna nomina un master plan o un piano di rinascita in qualche luogo indefinito dal nord Italia in su si accenda qualche lampadina con sirena annessa come quando scatta l'allarme dai pompieri. E mi immagino tutti questi uffici pieni di gente imbolsita e incravattata che prepara faldoni di documenti da proporci per accedere ai finanziamenti dei nostri vari master plan non senza averceli prima presentati come "la più grande occasione di sviluppo e occupazione per le zone interne". Come va il seguito della storia frutto della mia fervida immaginazione beh... Questo lo lascio alla vostra immaginazione. So che abbiamo fior di esempi dai quali attingere.

Dicevo però in premessa che non voglio fare di questo mio breve intervento un elenco di lamentele. Quindi torno al titolo, al master, al master senza plan. Master a me fa venire in mente i master universitari. Sulle politiche per le aree interne mi pare però che per molti versi siamo ancora all'asilo. E dico questo, vi assicuro, senza nessun intento polemico. Ma se ancora oggi, dopo non so quanto tempo ci troviamo ancora a parlare dei problemi delle zone interne, di zone rurali, di zone montane forse qualche "strategia" dobbiamo cambiarla. E per cambiarla intendo proprio il senso letterale della parola: CAMBIARLA!
Sono sindaca da pochi mesi ma in questi territori ci vivo e ci lavoro da 39 anni, 5 giorni e qualche ora, credo quindi di avere qualche argomento per poter affermare con assoluta convinzione che scegliere di vivere in un paese non è una semplice scelta di vita ma un vero e proprio atto di resistenza civile.

E siccome in un paese ho deciso di vivere in qualunque sede e in qualunque modo possibile farò valere le ragioni di questa scelta a cui deve essere accompagnato un diritto inalienabile: se in un territorio c'è anche una sola persona che lo abita quella persona deve avere gli stessi diritti di qualunque altra in qualunque luogo abiti l'altra. Ed è proprio da qui che vorrei iniziare il mio ragionamento.
Sono più che mai convinta che nessuno di noi possa più permettersi di perdere tempo né tantomeno di pensare che basti una pioggia di milioni di euro per tacitare la richiesta di salvataggio di questi territori.
Faccio un esempio per aiutarmi col ragionamento: a Fonni quest'anno ci sono 12 matricole. Dodici ragazzi che terminati gli studi hanno deciso di continuare il loro percorso all'università. Sapete quali sono le facoltà più gettonate? Facoltà che hanno riscosso oltre l'80% dei consensi fra i ragazzi?
Sono Facoltà legate alla medicina: farmacia, medicina, infermieristica, odontotecnica.

Cosa significa questa cosa? Significa che nella migliore delle ipotesi oltre la metà di questi ragazzi non rimetterà mai più piede in paese, oppure lo farà sporadicamente. Per le feste o per visitare gli anziani. E direte voi: cosa c'entra questo con la politica delle zone interne e con un eventuale master plan per questi territori?
C'entra eccome!

Perché se i primi a non credere ad un'eventualità di un percorso di studi legato al turismo, all'ambiente, al marketing e al territorio sono proprio i ragazzi noi abbiamo il dovere di interrogarci. E di farlo profondamente.
Perché è inutile che noi sindaci continuiamo a pavimentare centri storici bellissimi circondati da case disabitate o fare chissà quanti centri di aggregazione sociale se poi ci manca il vero capitale. E il vero capitale, per i nostri paesi, è il capitale sociale. Ed è solo attraverso un immenso investimento sulle persone che abitano questi territori che si può pensare di salvarli dalla desertificazione umana. Ma un investimento sulle persone non significa che prendiamo i nostri giovani e gli diciamo cosa devono fare da grandi, significa semplicemente che tutti insieme concorriamo a creare modelli di sviluppo che portino i giovani ad avere quantomeno l'idea che vivere e lavorare in questi luoghi è non solo dignitoso ma anche conveniente.
Non si può più prescindere dall'idea che lo sviluppo di questi territori passi solo da finanziamenti mirati ad alcune attività produttive. Lo sviluppo di questi territori deve per forza di cose partire da politiche che mettano al centro il paese e i paesi: scuola, conoscenza, sanità, mobilità devono avere la stessa rilevanza a Fonni come a Cagliari. Ogni cittadino che vive in questi luoghi deve poter avere accesso ai servizi esattamente come ogni altro cittadino d'europa. E per fare questo serve dare centralità ai comuni, ai comuni che oggi vengono percepiti dai cittadini come gli unici deputati a risolvere i loro problemi ed allo stesso tempo come gli esattori delle tasse e quindi gli unici a cui rivolgere le proprie frustrazioni nei periodi più difficili. Attenzione però, dare centralità ai comuni non significa che ognuno di noi deve costruirsi il suo fortino inespugnabile da difendere. Significa dire ai cittadini di questi territori che le politiche di sviluppo partono anzitutto da qui, da noi. E partono in un ottica di collaborazione con i paesi del territorio. Non attraverso imposizioni che ci costringono ad associarci su cose inutili e a litigare tra noi per dividerci qualche spicciolo di qualche bando. Io la collaborazione, l'ho sempre intesa nella mia vita come qualcosa di volontario, solidale, non impositiva.

Vi dicevo che sono sindaca da pochi mesi, lo sapete. Una cosa mi ha terrorizzato in questo mio primo approccio con il mondo pubblico: la lentezza. La lentezza in un mondo che corre velocissimo. Per ogni decisione mille ostacoli, procedure, burocrazia.Mi ha spaventato che le imprese del mio paese, compresa la mia, vogliano correre velocissime, vogliano esportare i loro prodotti nel mondo e siano rallentate a dismisura da chi dovrebbe costruire ponti anziché muri. Le imprese per resistere in questi luoghi hanno bisogno di servizi all'avanguardia, non ci servono autostrade, ma ci servono almeno strade che ci consentano spostamenti sicuri e organizzati. Serve che quando nevica a Fonni o a Desulo anche Cagliari si faccia un po' carico dei pastori che non riescono a raggiungere i loro ovili per giorni se non grazie ai mezzi del comune o alla loro buona volontà.
Fare impresa in questi luoghi non ha gli stessi costi che in una zona industriale di città. Ci si deve riconoscere una fiscalità di vantaggio che ci permetta di azzerare il gup infrastrutturale tra zone montane e rurali rispetto alle zone metropolitane. Si deve costruire tutta quella rete di infrastrutture immateriali che consentano ai nostri bambini di innamorarsi del loro territorio e intravedere in esso un'idea di futuro.

A Fonni quest'anno ci sono state 70 richieste di inserimento nelle graduatorie delle estreme povertà. Sei/sette anni fa le domande non arrivavano a 10. A Fonni per la prima volta nel 2015 siamo scesi sotto i 4000 abitanti. A Fonni manca una generazione: quella dai venti ai trent'anni che dopo la laurea non è più tornata.

Possiamo continuare così? Rispondendo ai nostri cittadini che l'alternativa alla crisi e alla disoccupazione è l'emigrazione o un sussidio economico?
Eppure io sono certa che in tutti gli interventi che seguiranno il mio si parlerà di straordinarie opportunità nel turismo, nell'agroalimentare, nell'ambiente. Però non basta parlarne.
Bisogna capire che bisogna orientare le politiche sulle comunità, sul welfare, investendo sul quel grande capitale umano dei nostri paesi rappresentato dai bambini, dai giovani, dalle donne. E bisogna farlo attraverso strumenti che partano da qui, dai paesi, da questi territori.

* Sindaco del Comune di Fonni, intervento svolto in occasione del convegno "Un masterplan per le zone interne" (Fonni, 14 ottobre 2016)

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