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Istruzione, sviluppo, crisi delle rappresentanze
- 24 Novembre 2016
- Pietro Soddu
Intervento dell'On. Pietro Soddu al Convegno degli ex parlamentari sul tema "Istruzione, sviluppo, crisi delle rappresentanze" | Cagliari, 22 ottobre 2016
«Il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere» (Gramsci).
Ciò che dirò non si limita ai temi del convegno ma va oltre. Io penso infatti che i problemi richiamati sono intrecciati tra loro ma soprattutto con le tematiche generali e vanno perciò inseriti in un quadro più ampio per far emergere il ritardo e le difficoltà delle materie trattate e della politica che non riesce più a rispondere alle domande che vengono dalla società post-moderna ed è la causa principale dell'indebolimento progressivo delle istituzioni politiche e culturali.
La debolezza della politica nasce non tanto dall'assenza di proposte sui singoli aspetti della crisi ma piuttosto dall'inesistenza di una sintesi adeguata, dall'assenza di un valido progetto per il tempo di oggi, dall'incapacità di cogliere l'importanza di una svolta epocale nella storia dell'umanità, segnata, come direbbe Gramsci parlando di un altro tempo ma dello stesso fenomeno: "il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere".
Questo è il quadro poco confortante ma anche molto stimolante che si presenta davanti ai nostri occhi soprattutto nella vita pubblica ma anche in quella privata, nelle forme di vita individuali e in quelle sociali. Tante conquiste, tante istituzioni, tante risposte alle domande del tempo moderno che sembravano stabili e al sicuro, con la formazione dello Stato sociale e con la costante crescita economica sono in crisi in molti campi e non solo in quelli richiamati dal tema del convegno di oggi.
Non c'è bisogno di essere particolarmente esperti per capire che la crisi colpisce il sistema nel suo complesso anche se colpisce per prima la rappresentanza politica, che vive sempre più incerta e disorientata tra il vecchio e il nuovo, tra l'esperienza dei partiti fondati sulle grandi ideologie – chiamate anche grandi narrazioni – e partiti personali fondati su capi carismatici e populisti; tra il vecchio patrimonio culturale e politico e i nuovi valori espressi dalla società post-moderna globalizzata e individualista che si affida alla mano invisibile del mercato e rifiuta ogni intervento correttivo sia della politica sia dell'economia.
La crisi della scuola deriva da questo quadro più generale. Da sempre essa è stata considerata la base non solo della formazione professionale, della preparazione tecnica al futuro impegno di lavoro, ma anche lo strumento per la conoscenza e la diffusione della cultura di un popolo, di una nazione, lo strumento attraverso il quale diventavano patrimonio comune le grandi lotte patriottiche, le guerre, i caduti per la patria, i poeti, i santi, gli artisti, i politici e l'universo complessivo della vita sociale, tutte le componenti immateriali e le attività economiche fondate sui valori nazionali e sulla cultura tradizionale . Oggi l'intero sistema che ha tenuto il campo per qualche secolo è investito dalla crisi e non sembra essere più in grado di governare le grandi trasformazioni sociali, economiche, comunicative e culturali che dominano in tutti i settori dell'attività umana.
L'istruzione che è stata sempre considerata fondamentale e che dal secolo dei lumi in poi è diventata la base della vita individuale e sociale, la pietra d'angolo dello Stato nazionale, oggi non sembra più in grado di svolgere questo ruolo in maniera soddisfacente come invece è avvenuto nella prima modernità.
Altrettanto si può dire per dello sviluppo. Esso deve fare i conti da un lato con il declino della potenza del mondo occidentale, con la fine della sua egemonia mondiale e dall'altro con la crisi ambientale, con le grandi migrazioni e con la sostenibilità delle vecchie tecnologie.
La crisi del sistema nel suo complesso è stata affrontata in modo settoriale e ha risolto solo parzialmente e per breve tempo i problemi derivati dalle trasformazioni. Qualche aspetto particolare e specifico è stato risolto ma la crisi si è ampliata e aggravata in tutti i campi.
Anche nella scuola gli aspetti critici sono molti ma il declino complessivo nasce dalla grande trasformazione che ha evidenziato le carenze nella formazione civica, nella costruzione, conservazione e aggiornamento del patrimonio culturale e politico della Nazione. La crisi va oltre le denunce che sentiamo ripetere fino alla noia dal corpo insegnante dei vari livelli, dalle famiglie, dai giovani studenti rispetto al funzionamento del sistema e alle difficoltà che incontrano i giovani diplomati e laureati a inserirsi nel lavoro in tutti i campi, sia in quelli tradizionali della produzione primaria materiale sia in quelli della ricerca e delle produzioni immateriali. La crisi della scuola è più profonda e più ampia, investe la funzione primaria, quella di trasmettere la giusta visione del mondo e della persona umana. Basta pensare che l'idea di patria è considerata ancora dalla scuola il bene più alto da servire, fino all'estremo sacrificio della vita, pur essendo un'idea sopravvissuta e diventata difficile da accettare da una cultura che privilegia il valore della convivenza pacifica e rifiuta l'uso della forza e della violenza. Tanti altri valori della cultura contemporanea stentano a trovare il giusto posto nei programmi d'istruzione a tutti i livelli. Si continua a privilegiare i vecchi paradigmi della storia: le guerre, gli eroi, i martiri e tutto ciò che un tempo alimentava l'amor di patria. Anche per questo
ovunque nel mondo riemergono, come antidoto alla crisi, i sentimenti nazionalisti: alla crisi del vecchio paradigma si risponde con l'esaltazione delle patrie e la contrapposizione tra l'una e l'altra delle nazioni ma solo pochi capiscono che questo avviene perché certe istituzioni, a cominciare dalla scuola, non hanno ancora un nuovo canone.
Sappiamo che non è facile trovare la soluzione a questo problema ma ciò rende più urgente e indispensabile parlarne e confrontarsi senza ambiguità, senza demagogie e senza rimpianti per il vecchio che muore, ma semmai preoccupandosi del nuovo che stenta a nascere.
Se il sistema formativo nel suo complesso vuole concorrere a formare la base della coscienza civica dei cittadini, oltre che a fornire la competenza specifica ai professionisti, agli imprenditori, ai lavoratori, se la scuola deve tornare ad essere un elemento fondamentale per il progresso e la promozione delle persone singole e delle comunità deve cambiare i programmi. I significati espressi dalle parole singolari complesse come Stato, libertà, eguaglianza, convivenza, sviluppo, progresso sono cambiati. Se la scuola deve diventare ancor più del passato il soggetto che prepara i cittadini ad affrontare il nuovo tempo deve farlo secondo i principi e le categorie valoriali della società post-moderna, deve avere programmi più in linea con i problemi del nostro tempo.
A guardare la storia questa non è una novità. È successo altre volte nei passaggi storici più importanti.
Consentitemi a questo proposito una breve digressione. Il mio amico, Tomaso Panu, professore di filosofia ed ex Sindaco della città di Tempio, ha scritto di recente un libro pregevole sulla storia degli Scolopi nella sua città. Nel libro si raccontano le vicende di questa presenza non sempre gradita ad alcuni a motivo delle conseguenze che il lavoro svolto per la formazione dei giovani andava provocando nella società tradizionale, nell'assetto di potere esistente, sia nella società civile sia nella struttura gerarchica della Chiesa.
Ma la presenza degli Scolopi a Tempio e in altre cittadine della Sardegna e forse ancor di più la presenza delle Scuole dei Gesuiti a Cagliari e Sassari, ha segnato la società sarda di quel tempo – nella misura allora possibile – dando inizio a un cambiamento e contribuendo a migliorare le condizioni sociali ed economiche nonché a rafforzare i ruoli egemonici delle città ospitanti.
È sempre stato così nel tempo cosiddetto moderno. Da questa esperienza deriva oggi la reazione popolare alle proposte di ridurre la presenza delle strutture scolastiche soprattutto nei piccoli centri ma anche nei grandi. La coscienza collettiva reagisce spontaneamente a ogni indebolimento, che è visto come una ferita, come un'ingiustizia, una causa di diseguaglianza nella vita dei singoli e delle comunità. La protesta rischia però di essere sterile e la difesa delle strutture inutile se non viene integrata da una valutazione più ampia e generale sul nuovo ruolo che la scuola deve svolgere nel cercare di diffondere i valori del tempo che viviamo e preparare i cittadini a conoscere e difendere i propri diritti e assumersi la piena responsabilità della cittadinanza attiva.
Per quanto riguarda il funzionamento pratico del sistema scolastico rinvio alle più moderne teorie dell'istruzione e alla grande discussione in atto in ordine alle riforme dei metodi, dei programmi, degli strumenti, delle materie d'insegnamento, della selezione e preparazione del personale docente, dei rapporti tra scuola e famiglia e così via. Mi limito a osservare che si tratta di questioni tutte collegate che vanno viste insieme al grande problema della rivoluzione tecnologica che ha creato con lo sviluppo della grande galassia di internet e dei nuovi social media altri problemi e altre esigenze che vanno affrontati e risolti nel modo tecnicamente migliore tenendo conto delle osservazioni, dei pro e contro sull'uso dei nuovi mezzi informatici e oggetto della lunga polemica se sia meglio seguire le vecchie o le nuove didattiche. La mia preoccupazione nasce dalla qualità dei contenuti, che provoca una carenza formativa globale che si riflette sui comportamenti sociali e su quelli politici, oltreché sulle scelte personali di vita, sul ruolo della famiglia, delle istituzioni locali fino a toccare la cittadinanza, lo sviluppo economico, i rapporti tra le nazioni, i popoli e gli stati, cioè, in fondo, ciò che chiamiamo politica nel suo insieme. È su questa infatti che si riflette l'insufficiente formazione scolastica e culturale che sommata con le grandi trasformazioni sociali indotte dalla tecnica e dai media e da tutto ciò che includiamo a intuito nel termine "globalizzazione" contribuisce a rendere obsolete molte delle vecchie competenze fornite dal sistema formativo tradizionale ancora in gran parte vigente e non colma il vuoto lasciato dalla scomparsa o se si vuole dall'indebolimento dell'universo culturale della prima modernità.
La crisi indotta dalla tecnologia dei media si somma a quella provocata da tutti gli altri processi in atto che comprendono la crisi ambientale, la concentrazione del capitale nelle multinazionali, lo sviluppo costante e inarrestabile della tecnica, lo stabilirsi della popolazione in grandi agglomerati urbani, la dipendenza dei popoli e dei governi da poteri extranazionali e l'egemonia inaccettabile del nuovo capitalismo che sta causando la crescita delle disuguaglianze ovunque nel mondo.
Io penso perciò che sarebbe sbagliato ignorare o sottovalutare l'impatto di questi fenomeni sulle vecchie strutture politiche, sui partiti, sulle istituzioni che sempre più spesso si mostrano del tutto impotenti, incapaci di una risposta adeguata alle attese dell'opinione pubblica che però a sua volta sottovaluta il ruolo e l'urgenza di una riforma profonda dell'intero sistema.
Aggiungo anche che non basta intuire che tutte queste questioni sono collegate ma occorre essere consapevoli che è sbagliato affrontarle e tentare di risolverle senza tener conto del paradigma di cui parlavo prima.
Dopo la scomparsa delle "grandi narrazioni", fondate sulle ideologie che hanno dominato la politica moderna perché univano gli elettori, davano la spinta decisiva all'evoluzione della società in termini di equità, giustizia sociale, eguaglianza nei diritti fondamentali, difendevano la libertà religiosa e l'autonomia della politica, difendevano le minoranze e la redistribuzione della ricchezza, la politica non ha più gli ancoraggi generali indispensabili. Lo Stato sociale è diventato, come dice la quasi generalità dei sociologi, dei filosofi e dei politologi, una forma inadeguata della governance complessiva istituzionale, sociale e politica della società post-moderna mercatista, liquida e individualista. Dopo la scomparsa dei legami di classe, di storia, di cultura e di appartenenza territoriale e in assenza di altri elementi nuovi e più adatti, la governance statale non ha più la forza né la capacità di assicurare la funzione di guida autorevole richiesta dalla società post-ideologica.
Questo elemento a mio giudizio richiama non solo tutti e tre i temi oggetto del Convegno: istruzione, sviluppo, crisi della rappresentanza ma anche i più gravi problemi dei soggetti politici e culturali, la crisi più generale delle strutture valoriali nate con l'avvento della Nazione-Stato, figlia della Rivoluzione francese, che ha dominato ovunque in Europa e nel mondo per più di due secoli.
La Nazione-Stato, costruita su una forte cultura identitaria, su basi territoriali ben definite, su una storia, una lingua, un patrimonio artistico, una mitologia e persino una Chiesa nazionale, oggi vive una doppia esistenza. Da un lato è in crisi profonda per le tante insufficienze strutturali provocate dai nuovi bisogni e dai nuovi poteri e dall'altro invece è tornata alla ribalta come strumento di difesa degli interessi nazionali e come freno e rimedio alla crisi generale della cultura e delle istituzioni della prima modernità.
Molti vedono non senza preoccupazione – per ragioni diverse e a volte opposte – la rinascita della "Nazione". Eppure, nonostante questo, non si è riusciti ancora a individuare strumenti meno obsoleti e meno divisivi per superare il conflitto – in atto o latente – tra locale e globale.
Questo favorisce la rinascita dei nazionalismi che a loro volta destano molte preoccupazioni. Alcune sono simili a quelle già conosciute e sperimentate tragicamente nelle varie guerre, altre sono nuove, legate a conflitti non sempre ben conosciuti e quindi meno controllabili, espressi in varie forme ma sempre più spesso anche in forme terroristiche.
La politica è in crisi anche perché vive quasi passivamente le conseguenze del fatto che per la prima volta nella storia tutti gli abitanti del pianeta Terra sono in grado di conoscere gli avvenimenti in tempo reale ovunque essi avvengano. I politici hanno sottovalutato che questa conoscenza avrebbe fatto emergere le differenze, scoperto le ingiustizie, le diseguaglianze, le dipendenze, creato invidia, rancore, qualche volta odio. Hanno sottovalutato il fatto che avrebbe alimentato la competizione per il dominio, suscitato desideri di rivincita, passioni e sentimenti che provocano e accompagnano la rinascita dei nazionalismi, del terrorismo diffuso e altri fenomeni meno pericolosi, ma pur sempre difficili da governare, come i localismi all'interno della stessa Nazione e della stessa Regione.
Anche qui in Sardegna registriamo questo fenomeno. Esso sta progressivamente indebolendo non solo il legame con l'Italia e mettendo in contrasto tra loro i territori e le singole città dell'Isola, che si confrontano animosamente per avere più opportunità, più servizi degli altri, per assicurarsi la presenza delle strutture considerate determinanti per lo sviluppo, sia nel campo istituzionale-politico, sia in quello dell'istruzione e di tutti gli altri settori ritenuti essenziali o comunque utili a impedire che la crisi degli assetti esistenti diventi irreversibile. Ma sta anche erodendo la fiducia nella rappresentanza politica e fa crescere nell'opinione pubblica l'influenza della cosiddetta "antipolitica" e della demagogia. Il ceto politico ancora non ha intuito pienamente il pericolo e ha reagito confusamente secondo i vecchi paradigmi che non sono più in grado di portare effetti apprezzabili.
Se la classe dirigente non raggiunge la consapevolezza della crisi non può elaborare risposte all'altezza dei problemi che travagliano la società, cresce la sfiducia, si
delegittima progressivamente tutto, strutture istituzionali e rappresentanze e alimenta un movimento d'opinione genericamente chiamato "antipolitica". Io considero impropria questa definizione, che sembra nascere non da una valutazione seria e responsabile, ma dall'incapacità e dal rifiuto di vedere nell'atteggiamento della società una nuova e non banale domanda politica, una domanda che pur essendo spesso confusa, oscura, irrazionale e rabbiosa rimane pur sempre politica.
La debolezza della politica si riflette inevitabilmente sulla rappresentanza e sulla governance e il cerchio si chiude.
È dunque alla politica che bisogna chiedere, prima che a qualsiasi altra realtà, le risposte alle domande pressanti della società post-moderna, sapendo che la politica fallisce senza l'apporto generoso e intelligente di tutti e in particolare del mondo dell'istruzione, della ricerca e di tutto il più vasto e variegato mondo dell'informazione, dell'arte, della cultura e delle altre strutture delegate alla formazione delle nuove generazioni. Questo vasto mondo intellettuale e artistico ha già scandagliato e vissuto la crisi e indicato in parte la strada per nuove strutture ma le indicazioni emerse non sono facilmente trasformabili in azione politica perché non sono sempre compatibili con i principi e i valori della democrazia parlamentare rappresentativa.
Occorre perciò vagliare tutto con attenzione per evitare che la democrazia rappresentativa diventi la vittima sacrificale della crisi. L'opinione pubblica più responsabile è inquieta, vecchi e nuovi fantasmi agitano la mente e il cuore dei cittadini più sensibili ai valori della democrazia moderna, al suo rafforzamento, al mantenimento delle conquiste fondamentali della democrazia come la sovranità popolare che oggi appaiono in pericolo o comunque messe ai margini nel nuovo orizzonte della cosiddetta antipolitca.
Bisogna scegliere con molta attenzione perché non tutto l'insieme delle strutture concettuali che costituisce il nuovo orizzonte è compatibile con i principi democratici, come ha già chiarito il dibattito della sociologia, della scienza politica, dell'antropologia e della storiografia sociale e concettuale.
Il nuovo orizzonte di aspettative non è nato a caso: è figlio dell'esperienza dalla quale sono nate le nuove strutture valoriali, le domande e le attese di cambiamento della vita personale e della vita sociale a volte contrapposti e occorre molta prudenza per decidere quali accettare e quali escludere.
A titolo di esempio cito quello che avviene nelle scuole elementari della Sardegna. Ai bambini viene insegnato e fatto cantare l'inno della Brigata Sassari, che esalta le qualità "guerresche" dei fanti, chiamati significativamente "Dimonios".
Non mi pare questo il modo migliore per passare dal vecchio paradigma della forza, della potenza, del coraggio contro i nemici al nuovo paradigma della convivenza pacifica, della fraternità di tutto il genere umano.
Già Immanuel Kant spiegava che non esiste esperienza senza concetti e non esistono concetti senza esperienza. Come già accennato prima, ci sono parole che esprimono un universo concettuale complesso, parole singolari complessive come Stato, potere, sovranità, civiltà, pace, guerra, progresso, libertà, eguaglianza, democrazia, rappresentanza, legge, storia, giustizia, parità, solidarietà, cultura, politica, matrimonio, famiglia, classe, impresa, mercato, istruzione, sviluppo, lavoro, sicurezza e tante altre. Esse non contengono solo i significati e concetti compatibili con i principi della democrazia rappresentativa e con i valori del passato ma ne contengono di nuovi, alcuni a favore altri contro la moderna esperienza democratica e le sue istituzioni. Il nuovo orizzonte di aspettative non va ignorato e sottovalutato ma preso sul serio dalla politica se vuole dare risposte diverse da quelle del passato, coerenti e rispettose dei principali valori sui quali si fonda la nuova opinione pubblica.
Tocca a tutti ma soprattutto alle classi dirigenti fare in modo che le risposte siano in linea con le aspettative e allo stesso tempo non in contrasto con i grandi principi della democrazia rappresentativa parlamentare, principi che possiamo per semplificare riassumere nella triade "Liberté, Égalité, Fraternité". Tutti e tre i termini sono ancora validi ma sono tutti sotto attacco e in pericolo, soprattutto il terzo. Nel passato si è vista l'affermazione dei primi due mentre la fraternità è rimasta una semplice petizione di principio e solo oggi si affaccia con forza nella crisi dello Stato sociale, chiamato ad affrontare le grandi migrazioni, la povertà, le domande delle comunità escluse dalla prima modernità di far parte della seconda modernizzazione al fine di realizzare l'unità del genere umano nella convinzione che solo una politica ispirata alla fraternità e a un nuovo umanesimo –evocato dalla cultura più evoluta e aperta – può avviare anche se con fatica una più giusta ripartizione dei beni comuni.
Le aspettative dei sostenitori del nuovo umanesimo vanno forse aldilà del tempo breve. Esse però non possono essere ignorate o eluse e rinviate sine die. Devono trovare qualche risposta già da ora da parte della cultura, della politica e prima ancora della scuola, tutte in ritardo sulle attese. Solo la Chiesa cattolica e in parte le istituzioni internazionali si sono dimostrate più consapevoli e preoccupate dei pericoli che incombono sulla pacifica convivenza per l'assenza di adeguate politiche degli Stati più forti in direzione di soluzioni concrete alle aspirazioni diffuse e alle attese esigenti dell'opinione pubblica mondiale più avvertita.
La politica in generale invece sembra quasi indifferente e comunque lontana dal cogliere l'urgenza di una risposta dalla quale dipende in gran parte il futuro non solo dell'istruzione, dello sviluppo, della rappresentanza ma più in generale della democrazia nel mondo, in Italia e anche in Sardegna.
La soluzione alla crisi non sarà una soluzione lineare, facile e senza intralci, interruzioni e contrasti. I soggetti coinvolti sono molti e non sempre sono d'accordo sulla direzione da prendere. Ma senza l'accordo tra i soggetti il percorso del "progresso" seguirà la tendenza più forte che non va nella direzione delle domande dei più deboli.
Occorre allora fare in modo che ogni soggetto coinvolto faccia la sua parte insieme agli altri, in un processo circolare cumulativo che li unisce e li include in un lavoro comune indirizzato a creare un "Nuovo umanesimo". Questo oggi è il compito vero della politica e delle rappresentanze democratiche.
Le materie sulle quali lavorare, quelle con le quali costruire il futuro, sono conosciute da tutti quelli che dovrebbero partecipare all'impresa. Il progetto nasce direttamente dall'esperienza, si esprime con parole già usate nel passato, che hanno lo stesso suono di prima ma un significato diverso.
Le parole Stato, politica, progresso, sviluppo, libertà, uguaglianza, fraternità, sono sempre le stesse ma il senso con le quali le usavamo sono cambiati secondo le esperienze, le aspettative di ciascuno e secondo le speranze in un futuro diverso di chi non vuole essere più vittima ma fruitore dei vantaggi e dei privilegi offerti dal progresso in quanto uomo e persona uguale a tutti gli altri.
Il problema della politica, aldilà degli interessi e degli egoismi, aldilà delle proteste e dei rancori, aldilà dei sentimenti di parte, di appartenenza ad una o ad un'altra regione, città o paese consiste nel dare risposte urgenti e indilazionabili anche in termini morali e umani alle questioni più calde oggi in campo che sono molte e tutte importanti.
Riassumendo e concludendo ne citerò solo alcune non per escludere le altre ma per brevità e per la valenza plurima e generale che hanno acquisito nel tempo presente.
Esse sono nell'ordine non gerarchico ma piuttosto di urgenza: la questione ecologica e ambientale, la questione delle migrazioni di massa e dello sviluppo delle aree più povere del pianeta; il conflitto tra le culture religiose e politiche; l'esigenza di nuove forme di collaborazione internazionale, il raggiungimento della piena parità uomo-donna; la costruzione di un sistema politico capace di garantire a tutti l'esercizio della sovranità popolare; la costruzione di un mondo pacificato e capace di rispettare i valori della dignità umana in tutte le circostanze e in tutti i territori.










