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Lavoro ai giovani, primo problema della Sardegna
- 12 Giugno 2017
- Salvatore Mura*
Vorrei prendere spunto dalla recente iniziativa "Progettare il futuro", organizzata dal Centro studi "Paolo Dettori" e dalla Fondazione "E. Berlinguer", perché il dibattito è stato interessante e ricco di stimoli. Però non si è sottolineato abbastanza, a me sembra, l'obiettivo principale della classe politica sarda degli anni della Rinascita, che era quello di creare decine di migliaia di posti di lavoro. L'industrializzazione era lo strumento, non il fine.
Oggi come allora non ci sono molte alternative: si deve trovare un progetto davvero incisivo sull'occupazione, e in particolare su quella giovanile. Solo così si può dare speranza alle nuove generazioni. Temi pure fondamentali, come la tutela dell'ambiente, le case ad un euro e qualche irrilevante contributo per evitare lo spopolamento dei piccoli paesi non saranno sufficienti a convincere i giovani a rimanere in Sardegna o gli emigrati a tornare.
Nei siti che contengono offerte di lavoro non si trovano altro che venditori porta a porta e animatori di villaggi, raramente qualche manutentore, qualche cameriere, qualche cuoco. Sempre o quasi sempre lavori a tempo determinato, mal retribuiti, senza alcuna garanzia. I pochi, pochissimi concorsi che ci sono, in particolare negli enti locali, concedono tendenzialmente punteggio a chi ha già maturato esperienze all'interno di quello specifico settore: insomma, sono concorsi per la stabilizzazione di precari.
Questo oggi offre il mondo del lavoro sardo. In gioco c'è molto, troppo perché la classe politica regionale possa aspettare, immobile o quasi, le soluzioni che arriveranno dal mercato. Perché non si compiono scelte coraggiose? Che cosa possiamo perdere? Perché dobbiamo ancora aspettare?
* Ricercatore Università di Sassari










