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La Pira, la piena occupazione e la Sardegna

Il 5 novembre ricorrono i 40 anni dalla morte di Giorgio La Pira. Un intellettuale e politico cattolico che non soltanto merita di essere ricordato perché è stata una delle personalità più originali e coraggiose della storia della Repubblica, ma anche perché non mi sembra banale chiedersi: le sue idee, in particolare la sua insistenza sulla necessità dell'intervento dello Stato nell'economia e sulla piena occupazione, sono ancora attuali?

La Pira, che non era un economista né aveva una conoscenza particolare della materia (è stato considerato un «dilettante dell'economia»), agli inizi degli anni Cinquanta introduce nel dibattito politico italiano un'affermazione destinata a lasciare una traccia profonda: se l'iniziativa privata non è sufficiente a garantire un lavoro e una vita dignitosa a tutti, allora occorre trovare altri strumenti per rispondere alle «attese della povera gente». Si tratta di costruire un nuovo Stato diverso da quello dell'età liberale, una nuova democrazia che assicuri a tutti il diritto al lavoro: non più quindi un risanamento finanziario ai danni dei redditi bassi, non più la fiducia nelle soluzioni del mercato, non più una rassegnata attesa di qualche punto percentuale di occupati. Per La Pira, e i dossettiani in generale, la politica di tipo einaudiano è troppo timida, attende gli aggiustamenti del mercato e si illude che porteranno benefici a tutte le classe sociali. Occorre riconoscere, invece, che il compito dello Stato è di sradicare la disoccupazione, anche, quando è necessario, attraverso un programma propulsivo di investimenti pubblici.

Non è questa la sede, evidentemente, per un'analisi storica delle soluzioni lapiriane, qui soltanto schematicamente accennate, ma forse è di qualche interesse, guardando all'oggi e all'avvenire, discutere sui limiti dell'iniziativa privata e sulla necessità di un ambizioso intervento pubblico integrativo (anche in Sardegna). In effetti, il keynesismo ormai sembrerebbe consegnato definitivamente agli studiosi del passato e il pensiero dei «fanatici dell'occupazione», come lì definiva Malvestiti, non trova autorevoli sostenitori neppure a sinistra. È molto difficile, naturalmente, non farsi trascinare dalla corrente o pretendere addirittura di risalirla quando è fortissima la pressione globale verso l'unico mondo che oggi sembra possibile, quello dominato dal mercato.

Ma quali sono, in questo quadro mercatista, le conseguenze a cui andrà incontro la Sardegna? Davvero regioni storicamente deboli, dove l'imprenditoria è assai fragile, potranno costruire una società migliore grazie alle virtù del mercato? Si può escludere che, conquistata pure una maggiore ricchezza generale, non aumenteranno le disuguaglianze fra ricchi e poveri, fra zone e zone dell'isola? È impossibile elaborare e attuare un programma di sviluppo che, contemplando anche un intervento pubblico, abbia come obiettivo raggiungere la piena occupazione? «Keynesiani, non keynesiani? I nomi non contano – scriveva La Pira –, contano le cose: credere che sia possibile una tecnica risolutiva (anche se con prudenza) del massimo problema sociale (disoccupazione e miseria) o essere scettici intorno alla possibilità di essa ed alla efficacia risolutiva di essa: questo è il dilemma».

Non ci sono capitali a disposizione per realizzare certe idee – sembra di sentire la risposta. Ma non c'erano risorse neanche all'indomani della seconda guerra mondiale. Allora, però, c'erano uomini coraggiosi ispirati da una forte visione solidale, e forse è questo, anzitutto, ciò di cui si ha tanto bisogno.

* Università di Sassari

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