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Impresa e lavoro nelle zone interne

Siamo un paese meraviglioso, in senso proprio, cioè siamo una somma di territori che suscita emozioni inconsuete.

Ma non voglio fare una riflessione sulle bellezze che ci circondano, seppure meriterebbero un ragionamento a se stante, oramai siamo talmente assuefatti dallo splendore che il Padre Eterno ci ha dato, da non vederlo neanche più, da darlo per scontato.
E ci buttiamo anche l'immondizia.

L'emozione inconsueta cui facevo riferimento non è in positivo però, perché a tutt'oggi rimaniamo stupefatti dalle incongruenze, dall'incompetenza, dall'ingente quantità di risorse messe a disposizione per qualunque cosa che però non ha portato né porterà mai i frutti sperati.
E per le aree interne questo comporta progressione nello spopolamento, nell'erosione dei servizi a presidio del territorio e per il sostegno della popolazione, decadimento infrastrutturale, perdita di occupazione ed aumento dei sussidi pubblici.
Un gatto che si morde la coda.

Le aree interne però rappresentano il 20% circa della produzione agricola, sono uno dei fattori principali per la rigenerazione dell'aria, spesso sono l'epicentro delle migliori sorgenti d'acqua, sempre custodiscono immensi giacimenti ambientali, naturali e storico culturali.
Le aree interne sono un presidio indispensabile a tutela delle minoranze linguistiche e delle biodiversità, rappresentano l'emblema di come territorialmente dovrebbe essere gestita la densità abitativa (dando per scontato che qualcosa la pandemia abbia insegnato), sono la plastica rappresentazione (per il negativo) di come dovrebbero essere organizzate le infrastrutture telematiche e generali per consentire il dialogo tra i territori stessi ed il corretto, fisiologico e futuribile transito di persone e di merci.

Ciononostante, nonostante i piani di rilancio, rinascita, unioni di comuni, GAL, GAC, FLAG, province, patti territoriali, patti verdi, patti agricoli, contratti d'area, contratti di sviluppo, piani speciali per zone depresse, azioni straordinarie per assurdi salvataggi industriali e così via ... nonostante tutto abbiamo diverse aree del Paese in sofferenza e, col loro, la popolazione che lì caparbiamente resiste.
Quindi soldi, amministratori, assessori, ministri, consulenti, piani e contropiani, strategie e cabine di regia, azioni comunitarie dirette e indirette non hanno lasciato il segno, almeno non in positivo. Di sicuro non hanno dato neanche l'impronta per l'inversione di tendenza.
Ciononostante i territori appassiscono, si svuotano, rimangono in balia di se stessi, nonostante sindaci di frontiera, coraggiosi e preparati, ma soli.

Già, ma come invertire la tendenza? Le azioni necessarie possono avere a che fare con l'innovazione digitale e con una rivisitazione dell'azione amministrativa dei comuni?

Si, partendo da una sequenza di visioni.

I territori di domani saranno quelli in cui le comunità di piccole imprese locali, veloci e connesse animeranno reti di reti (small, local and connected) e queste col resto del mondo che gli interessa.
I territori di domani saranno quelli che faranno leva sugli innovatori, che contrasteranno i rentier ed i rigidi sostenitori di approcci verticali ed accademici (non attecchiscono), che rifuggiranno le élite locali parassitarie ed i campioni del comunitarismo chiuso.
I territori di domani saranno quelli che riporteranno al sogno la propria popolazione, ad un sogno possibile e realizzabile nei territori stessi (se un giovane di un paese non si sforza di fare nulla nel e col suo paese, che futuro può avere quel paese?) che trasformi la sardità in pectore in cerca d'autore in Sarditas consapevole del valore socio economico che può esprimere.

Ci sono alcuni segnali di futuro presenti nei territori ed un disegno attento delle prossime politiche pubbliche potrebbe non castrarli. Non è impossibile fare buona amministrazione, non è impossibile mettere a disposizione risorse e strutture, non è impossibile essere abilitatori per le precondizioni di sviluppo. Anzi.

Le forme di innovazione che arrivano (e che possono arrivare) dalle aree interne sono risorse che mobilitano risorse grazie agli attori che le animano, hanno forma di imprese direi di comunità perché generano interazione fertili coi territori di riferimento.
I segnali di futuro arrivano dal digitale, dalla nuova produzione dei servizi, a nuove forme di lavoro, dai nuovi modi di abitare, dalla fabbricazione digitale, dalle nuove strade di integrazione e coesione sociale, dalle strategie di cura del benessere individuale e collettivo, dalle pratiche culturali e soprattutto agricole, dalla mobilità individuale e collettiva, dalla fruizione dei patrimoni territoriali, dalle competenze digitali per bucare nuovi mercati ed intercettare la nuova domanda nella new normality.
Sono forme ibride, mutevoli nel tempo, sempre imprese in senso proprio, che stimolano talenti nascosti mettendo in circolo positive energie sociali.
Sono però sempre il risultato della decisione di intraprendere, di dare vita ad un sogno.
Magari danno nuova vita a beni pubblici, conoscenze tacite, capitali locali e saperi radicati.
Ciò che conta è la cura del sogno, il rispetto delle persone, dei territori e delle generazioni che arrivano.
Serve riflessività e design raffinato per stimolare creativamente gli attori di domani, mettendo al bando le solite problematiche dietro cui ci si nasconde.
L'essere locali per queste nuove imprese è una risorsa strategica, perchè il volontariato prima ed i legami solidaristici poi contano, specie nelle aree interne, dove una stretta di mano ed il sommo valore della persona viene ancora prima di tutto.

Come sempre pronti ad argomentare risposte ed animare il dibattito se abbiamo stimolato la Vostra attenzione.
Un sorriso, Nicola

ps -> A tutti quegli eredi che hanno visto confluire nel loro patrimonio immense proprietà immobiliari, usatele, se non potete o non è il vostro, vendetele, non lasciamo depauperare interi boschi, vallate, colline ...

ps 2 -> Spezzo però qui una lancia a favore del sistema, ha ragione chi dice che in 70 anni di storia dell'autonomia (chi è più malizioso coglierà la portata del minuscolo), almeno in Sardegna, si è fatto un balzo nel futuro rispetto a come si era nell'isola negli anni '30 e '40 ... memento ...

* CEO www.kitzanos.com

Foto: credit Kitzanos, Montevecchio

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