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Riflessioni sulla situazione della Sardegna centrale | parte prima

Stiamo vivendo una stagione di grande mobilitazione, alle prese con una delle più difficili stagioni del nostro Paese, della nostra Regione ed in particolare di questo territorio. Mesi che segnano un cambiamento importante nella società italiana e nel mondo del lavoro. Avvenimenti che pongono problemi molto seri alla riflessione delle rappresentanze sociali di questa Regione e di questo Paese. Rappresentanze mai messe a dura prova come in questo periodo dove si stanno acuendo le contraddizioni e le diseguaglianze.

Si pensi a quel diritto all'istruzione che insieme al sistema pubblico e dei servizi, segno tangibile della presenza dello Stato sulle periferie, soffre anche a casa nostra un'offensiva senza precedenti. Diritti primari, intangibili fino a ieri, messi in discussione, come la stessa salute e l'assistenza per i nostri anziani.

Difendere la scuola, il diritto all'istruzione, l'intero sistema dei pubblici servizi sta alla base di un rinnovato impegno per promuovere la cultura della legalità, della non violenza, del lavoro, dello sviluppo e della giustizia sociale.
Affermava il compianto Presidente M. Melis nel lontano 1986: "per quanto la Rinascita economica e sociale di quest'Isola sia rimasta incompiuta, su una cosa ha lasciato il suo segno: se prima esportavamo braccia e ancora esportiamo poche merci, comunque oggi esportiamo intelligenze. Sono i cervelli dei nostri giovani che hanno studiato e che non hanno trovato lavoro nella propria terra, ma è comunque il segno di un progresso importante da difendere con le unghie e con i denti che non sappiamo quando, ma che comunque prima o poi darà i suoi frutti". Una considerazione oggi più che mai attuale per una Regione che sul rilancio della filiera educazione, formazione, scuola, università e sulla lotta alla dispersione è spaventosamente indietro.

Certo il Presidente Melis non avrebbe mai immaginato che insieme alle fabbriche, i Sardi (ed in particolare quelli dell'interno) si sarebbero dovuti ritrovare più di una volta in piazza a difendere l'architettura amministrativa insieme al diritto all'istruzione dei propri figli!

Ma sono stati anche mesi di sofferenza per la politica. Con le elezioni amministrative che hanno registrato l'avanzare dell'antipolitica, insieme ai referendum sardi dello scorso 6 maggio.
Una stagione convulsa, carica di avvenimenti che caratterizzano quella che viene comunemente definita come un'epoca di transizione, in un Paese dove la transizione dura da troppo tempo e dove sembra ormai aver assunto una dimensione permanente.

Lo stesso Governo Monti non è ancora chiaro se sia stato una soluzione per la politica in crisi o qualcosa che rischia di aggravare la crisi della politica e questo lo affermiamo con convinzione dopo il calo dei votanti alle scorse amministrative e il risultato di Grillo, avvenuto sull'onda di un'antipolitica rispetto alla quale, tuttavia, ci riesce difficile immaginare una democrazia che dei Partiti possa fare a meno, affidata invece a un movimentismo che tenta di affacciarsi anche alla dimensione del sociale, si pensi al movimento dei pastori nella nostra Regione o al movimento degli autotrasportatori o delle partite Iva.
Tutto ciò dimostra, comunque, che dalla sconfitta della politica nasce un'avventura agli esiti incerti.

Per quanto ci riguarda Partiti potenti e delegittimati, spenti, fuori tempo destano preoccupazione. Per questo sono dell'idea che i Partiti debbano al più presto affrancarsi da questo difficile momento e lo potranno fare solo aprendosi alle istanze di partecipazione che arrivano dalla società civile e superando le resistenze al cambiamento. Insomma quella che abbiamo più volte definito come la necessità di disostruzione dei canali fra la politica e i cittadini.

Per questa ragione, non può procrastinarsi il tempo della ricerca della sintesi, dell'individuazione di un progetto che aiuti a risollevarci altrimenti, depressi da una crisi economica e produttiva che stenta a regredire e oppressi da un ascensore sociale bloccato, i cittadini e soprattutto quelli più poveri, ma soprattutto quelli più giovani e più penalizzati sfogheranno altrove la loro rabbia.
Personalmente ritengo che sia fondamentale, oggi più di prima, lavorare per un'Italia e per una Sardegna che pensi alle giovani generazioni come risorse su cui investire e non come risorse da lasciare invecchiare in posizioni marginali.

Una Sardegna dove le ambizioni possano essere realizzate senza restare dei sogni.
Una Sardegna con un futuro in cui donne e uomini capaci possano dimostrare quanto valgono, a casa loro, e per questo possano essere finalmente valorizzati.
Una Sardegna da rilanciare sul senso civico e sulla meritocrazia.
Una Sardegna che con passione rilanci l'idea di una svolta politica che contrasti questa infinita emergenza economica.
Che superi quell'idea di Regione con alcuni territori fanalino di coda come il Nuorese, da troppo tempo dentro una "tempesta perfetta" che sta macinando migliaia di lavoratrici e di lavoratori.

Per questo serve una nuova stagione di Autonomia Speciale codificata, come richiesto nella recente consultazione, in una nuova Carta Statutaria, dove iscrivere il sogno del nostro Popolo per il riequilibrio regionale e territoriale e per una nuova stagione di crescita economica e sociale capace di costruire il domani dei Sardi, in cui le grandi idee possano trasformarsi in realtà. Un'Isola capace di rispondere ai bisogni di tutti, capace di dividere meglio le risorse e di non sprecarle come sta avvenendo, purtroppo, di questi tempi.

ALCUNI ACCENNI SULLA DEMOGRAFIA
Tuttavia riparlare di sviluppo presuppone necessariamente la promozione di quel processo di allargamento degli spazi di confronto in un quadro di solidarietà nazionale e di reale e praticata sussidiarietà, in carenza del quale, territori come il Nuorese, rischiano di allungare ancor di più la distanza dalle aree del Paese a maggior tasso di sviluppo.

Diciamo questo con la preoccupazione che mai come oggi si registra una lontananza siderale fra Governo nazionale e Sardegna, tanto che la vertenzialità fra Regione e Stato si è spostata dai tavoli istituzionali nelle aule di giustizia. Ma rifletto anche sulla recente vertenza per Ottana che ci ha visto riconquistare un tavolo di trattativa a distanza di due anni e mezzo da un precedente confronto.
Non che sia molto diverso l'atteggiamento della Regione Sarda rispetto ai suoi territori. Ragion per cui sollecitiamo la necessità di codificare nuove regole per il Federalismo interno, allo scopo di garantire le necessarie risorse per il riequilibrio territoriale e per lo sviluppo locale.

Diritti mai così calpestati nel nuorese come di questi tempi, dove mai come oggi la Regione ha disatteso le speranze e le aspirazioni dei Sardi dell'interno, marginalizzando e lasciando al proprio destino intere realtà territoriali come la nostra.
Una marginalizzazione il cui disagio si sta caratterizzando con la fisionomia di un esodo biblico.

Nuoro e la sua Provincia hanno perso, infatti, negli ultimi cinque anni intorno ai 6.000 abitanti. E' come se fossero evaporati due piccoli paesi e se anziché 52 centri ne fossero rimasti 49.
Se poi entriamo nel dettaglio vediamo che a calare maggiormente è proprio la fascia che va dai 16 ai 40 anni.
Un problema molto serio che in diverse occasioni ci ha visto impegnati a stimolare le Istituzioni verso la promozione di una nuova umanizzazione delle aree interne dell'Isola con l'obiettivo di riportare gli abitanti sul territorio, non escludendo forme di sostegno alla residenzialità nei centri d'origine.

LA COSTITUENTE E I REFERENDUM REGIONALI 
Sono questi, alcuni dei temi che hanno caratterizzato l'ultima vicenda referendaria sarda. Una vicenda che la dice tutta sulla volontà dei Sardi di rimetter mano all'impalcatura istituzionale della Regione.
Per questo, mai come adesso, in una situazione caratterizzata dall'incertezza, si pongono delle questioni, per così dire da Assemblea Costituente, che oltretutto esce premiata proprio dal referendum e che deve poter registrare un avvio nel breve periodo, con l'obiettivo di restituire progetto e speranza alla Sardegna.

ALLE PRESE CON UNA CRISI SENZA PRECEDENTI
Una crisi che è nostra opinione sia di molto più seria di un semplice ciclo negativo, rispetto alla quale nessuno è abbastanza esperto da dirci dove ci porterà. Per questo ignorarla sarebbe un errore strategico che potrebbe presentare ulteriori costi sociali sulla già delicata situazione.

Purtroppo la consapevolezza è quella di una crisi sopportata da una generazione che non l'ha causata e, soprattutto, dai lavoratori e dai pensionati che ne stanno già pagando il tributo più alto.
In particolare si tratta di una situazione frutto del prodotto di "crisi" diverse: da quella dei citati dispositivi economici che hanno nella finanza il loro epicentro, ai quali si è consentito di operare con fasulli moltiplicatori e di sostituirsi a politiche di impresa, di incremento dei redditi da lavoro e a politiche e di welfare; alla crisi del lavoro e dei modelli lavoristici tradizionali che ha avuto come esito la precarizzazione di massa soprattutto delle fasce di lavoro più giovani e scolarizzate; ma è una crisi che anche in presenza del lavoro riscontra spesso un'anomala ridistribuzione della ricchezza, richiamando la necessità di una riflessione in merito alla "questione salariale/pensionistica"; è una crisi energetica (si pensi al prezzo dell'energia che marginalizza le nostre imprese); è una crisi ecologica, che pone sempre più drammaticamente il problema degli effetti sulla nostra vita della devastazione ambientale irreversibile; ma il dramma è che oltre ad essere una crisi di valore e quindi di capitali rischia di essere, qui in Sardegna e nel Nuorese, una crisi di fiducia e quindi di speranza, che vede per la prima volta le Istituzioni incapaci di svolgere quel ruolo di soggetto regolatore dei bisogni dei cittadini.

Una crisi che nelle aree più deboli di questo Paese come il nuorese, si caratterizza già con fenomeni di perdita di coesione, di rottura della trama del tessuto sociale da cui le nostre recenti comunicazioni al ministro per la coesione territoriale Fabrizio Barca che per iscritto promette l'apertura di un tavolo su Nuoro nei prossimi mesi. Un segnale importante per un evento troppo distante nel tempo, visto che le emergenze del Nuorese richiamano scelte immediate.

UN DISAGIO TERRITORIALE CHE IMPONE UN CAMBIAMENTO DI ROTTA
Diciamo questo nella consapevolezza che tale situazione segni un punto di non ritorno, in cui si rende necessario, cambiare in fretta la rotta, pena il rischio di far prevalere forme di pericoloso individualismo ed egoismo.
E' evidente che il punto di approdo, e quindi di uscita dalla crisi, dovrà essere un mondo più giusto, possibile e vivibile per tutti aspetto che rende necessario lavorare per un modello di sviluppo nuovo, evitando di riprodurre le condizioni che hanno portato a questa situazione.

Purtroppo, invece, di questi tempi anche in questa Regione c'è la tendenza a parlare della crisi come di qualcosa di statico e per questo di aspettare che passi. Chi la vive come noi, sa bene che la crisi è qualcosa che si muove, è magmatica, e più si evita di contrastarla, più acuisce e aumenta i suoi effetti.
Purtroppo, mai come di questi tempi, il lavoro nel Nuorese e in Sardegna è stato umiliato da licenziamenti e cassa integrazione di massa; dalla diffusione esagerata della precarietà; e quando c'è, è sempre più caratterizzato da interstizi occupazionali poco qualificati e spesso sommersi.

Nel nostro territorio fra lavoratori già espulsi dal settore manifatturiero e lavoratori che popolano l'alveo della mobilità e della Cassa integrazione straordinaria e in deroga e che difficilmente rientreranno nelle proprie aziende se ne contano 5.139 (1.145 a Macomer, 3.281 ad Ottana, 200 a Nuoro e 548 a Siniscola).
Rispetto al settore delle costruzioni, la contrazione dell'occupazione che nell'ultimo triennio ha registrato un -5% a livello nazionale, nel nuorese raggiunge il terribile primato del -22%, mentre sull'agricoltura, questa crisi pesa più che nel passato, ed in particolare dalle nostre parti, con il sistema pastorale ormai in ginocchio.

GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI
Una situazione certificata, purtroppo, dall'innalzamento del tasso di utilizzo degli ammortizzatori sociali, spesso messi in campo per ritardare i licenziamenti. Stiamo parlando, su base regionale, di 104.000 persone sostenute dal sostegno al reddito, 20.000 delle quali interessate dalla strumentazione in deroga.
Nella Provincia di Nuoro, rispetto alla cassa integrazione, siamo passati dalle 980.930 ore del 2006, al terribile primato di 3.000.594 ore del 2011 (+ 306%).
Dati che descrivono una Sardegna che vive da anni dell'assistenzialismo dello Stato e non dalla sua capacita di produrre ricchezza, fatto che disegna un mercato del lavoro asfittico e inconsistente, figlio di un alternarsi di recessione e stagnazione che non incide nella capacita di abbattere l'alto tasso di disoccupazione.

GLI INDICI OCCUPAZIONALI
Rispetto al dato della disoccupazione, mentre a livello nazionale riscontriamo un'oscillazione fra l'8,1% e il 9,5% che si attesta nella media dei 27 Stati Europei, in Sardegna le cose vanno molto peggio visto che registriamo un tasso di disoccupazione ufficiale del 16,17%.

Nelle zone interne dell'Isola, a fronte di un tasso occupazionale del 53,3% pari a 58.000 unità impiegate, i disoccupati salgono (nonostante qualche dato statistico incoraggiante che non trova riscontro nelle nostre percezioni reali).

Una disoccupazione con caratteristiche drammaticamente nuove; un terremoto antropologico contemporaneo che vede per la prima volta figli e padri spesso coinvolti nello stesso destino, pressati dall'incubo che determina la consapevolezza che a trent'anni non hai ancora iniziato a lavorare, ma a quarantacinque, per lavorare, si è già "troppo vecchi".
Purtroppo l'aspetto più preoccupante per il nuorese è quello relativo al crollo dell'occupazione tra i 25 ed i 55 anni, causa da ascrivere all'attuale congiuntura del comparto industriale nel quale si sta andando a caratterizzare una fascia di lavoratori difficilmente rioccupabili.

I GIOVANI E LA DOMANDA DI LAVORO INTROVABILE
Rispetto ai giovani, siamo di fronte ad una domanda di lavoro introvabile con un tasso di disoccupazione giovanile a livello nazionale (15-24 anni) stimato nello scorso mese di aprile del 35,9%. Secondo l'Istat si tratta del più alto tasso di disoccupazione giovanile dal quarto trimestre 1992.

Un dato che purtroppo si aggrava, sia nel Nuorese ma che nell'intera Isola, dove si riscontrano punte del 39-40% che certificano la difficoltà dei giovani ad entrare nel mercato del lavoro. Di quelli che rimangono nell'Isola, solo il 19,2% con età fino ai 30 anni lavora (33.000 occupati), 21 mila cercano occupazione e 118 mila sono inattivi, a conferma che in Sardegna è aumentata la marginalità dei giovani che in molti casi non stanno neppure studiando. Insomma nell'Isola siamo ben oltre rispetto alla situazione che portò migliaia di giovani spagnoli a Plaza del Sol a Madrid.

POLITICHE ATTIVE E MISURE CONTRO L'EMERGENZA
Sono queste considerazioni che ci riportano con preoccupazione alle vicende della nostra Regione, dove da molto tempo non registriamo politiche attive per il lavoro sulle quali poter scommettere, a torto o a ragione, come avvenne alla fine degli anni '90, quando fu varato il Piano Straordinario per il Lavoro realizzato attraverso le leggi 36/37. Uno dei più incisivi interventi messo in campo dalla Regione Sarda, guarda caso completamente concertato con il Sindacato.

Sebbene in questi anni la Regione abbia messo in campo diversificati strumenti fra cui ricordiamo:
- il Microcredito - con 50 mil.€ - a valere sul FSE 2007/2013 (Piano Str. Lavoro);
- il Catalogo Anticrisi - stanziamento della RAS di 20 mil/€ destinati all'istituzione di un pacchetto di servizi di formazione e orientamento;
- il Welfare to Work – azione di sistema Ministeriale a favore delle politiche di reimpiego finalizzate a lavoratori espulsi dal processo produttivo, finanziato con 13 mil/€ del FSE POR 2007/2013;
- Il "Programma Lunga Estate" – 13 Mil.€ per allargare nei periodi di spalla la stagione turistica e per favorire un prolungamento del periodo di lavoro degli addetti del settore turistico (Piano Str. Lavoro);
- l'utilizzo di lavoratori in regime di ammortizzatori sociali – 13 mil€ (utilizzato nel nuorese per le crisi Montefibre, Legler, Rosmary etc.);
- l'apprendistato professionalizzante – fra il 2009/2011 stanziati 12 mil/€ a valere su fondi Ministeriali e fondi POR 2007/2013);
- i tirocini Formativi e di Orientamento - strumenti di inserimento lavorativo finalizzati a migliorare l'occupabilità (500 €/mese per i tirocinanti full time) – 322 voucher da ripartire fra i Comuni della Sardegna per persone che abbiano minimo 26 anni se in possesso del diploma e di 30 anni se in possesso di laurea di 1° livello;
- il progetto antichi mestieri e nuovi imprenditori – con uno stanziamento di 9,9 Mil/€ a valere su fondi POR-FSE 2007/2013);
- il progetto Impresa donna – con 9,2 mil/€ a valere su fondi POR-FSE 2007/2013;
- il progetto Europeando –piani di formazione e sviluppo delle capacità imprenditoriali , con stanziamento di 10,5 mil/€ -n. 20 percorsi di alta formazione per Provincia / finanziamento di n. 25 progetti innovativi per Provincia;
- Watching the Future – 5 mil€ a valere su fondi POR-FSE 2007/2013 finalizzato ad azioni di formazione a favore di lavoratori occupati in piccole e medie imprese, con l'obiettivo di riqualificare gli occupati delle stesse e favorire l'accesso di lavoratori con minori garanzie occupazionali;
- la proposta di formazione di neoimprenditori agricoli – POR-FSE con 2 mil/€;
- gli incentivi per l'occupazione nell'area sociale - con contributi in conto occupazione corrisposti fino a 24 mesi per ciascun socio lavoratore nella misura del 50% della retribuzione corrisposta, elevato all'80% per soci appartenenti alle categorie svantaggiate;
ad esclusione della misura che ha previsto l'assegnazione agli Enti Locali e alle Onlus dei lavoratori cassintegrati Montefibre, Legler, Rosmary etc., abbiamo la sensazione che molte delle azioni messe in campo siano state "frammentarie" e "poco incisive" anche rispetto alla strutturalità di cui avrebbe necessità un sistema di politiche attive per l'occupazione, cosa che invece ebbe il Piano del '99.

Purtroppo, il recente Piano per il lavoro della Regione Sarda varato nel 2011, del valore di 200 milioni di euro che a partire dai primi 65 milioni dell'anno passato avrebbe dovuto stanziare 45 milioni nei 3 anni successivi, già da quest'anno non riscontra in bilancio le somme relative alla seconda annualità.

Per la Sardegna centrale questo rappresenta un grave danno in considerazione del fatto che il Piano citato prevedeva interventi a favore del reimpiego dei lavoratori in cassa integrazione ed interventi a sostegno delle zone interne dell'Isola e a rischio di ulteriore spopolamento oltre ad azioni finalizzate al recupero della pesante situazione di dispersione scolastica rispetto alla quale Nuoro e la sua provincia riscontrano una delle maggiori criticità.

* Segretario Generale della Cisl Nuorese

continua...

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